Case comuni, inquilini separati

È tempo di alleanze in politica, mai come in questo momento storico sembra esserci voglia di unire le forze, quasi a voler anticipare un sistema d’elezione maggioritario che l’assenza di coraggio e lungimiranza fa giacere perennemente nei cassetti. In Ticino c’è una casa che nasce a sinistra con PS-Verdi-MpS e una che (ri)spunta a destra tra Lega-UDC. In una politica litigiosa allo stremo delle forze e capace di generare nel cittadino comune una fatica psicofisica notevole, è rallegrante costatare che ci sia chi vuole convivere sotto lo stesso tetto, all’interno della stessa lista, spartendosi le cinque caselle per la partenza alla pari verso la scalata al Consiglio di Stato. Tutto persino romantico, tutto armonico. Troppo bello per essere vero? In effetti la corsa in team non è un’operazione di beneficenza reciproca, ma un atto di convenienza politico-partitica. Il sogno è tenere le posizioni con un seggio a testa in Governo per Lega e UDC e fare il botto dei due seggi a sinistra. Sognare, a 202 giorni dal verdetto delle urne non costa davvero nulla e permette di vendere agli elettori una prospettiva fantasmagorica. Per un semplice fatto: in politica capita raramente che l’1+1 produca il risultato algebrico conseguente. I prossimi mesi ci diranno quanto sarà serena la convivenza, perché l’essere umano è già per sua natura litigioso e l’essere politico lo è alla massima potenza, con l’aggravante della gelosia permanente e la febbre da visibilità da palcoscenico. Per Lega e UDC l’intesa di convenienza non è una novità, ma ora i democentristi hanno alzato il tiro lanciando la volata per un soggetto politico unico, con l’intenzione di farlo sottostare alle regole dell’UDC nazionale. In questi termini si tratta di un’annessione della Lega, ma resta il dubbio del nome della nuova entità e, al di là del sì di principio dell’assemblea leghista di pochi giorni fa, a misurare il gradimento della base leghista saranno le elezioni della prossima primavera, perché l’elettorato predilige l’originale e non la copia di quanto c’è oggi. In questo senso a rischiare di più è la Lega. Ammesso e non concesso che entro il 2028, dopo le elezioni comunali, qualcosa non cambi ancora.
Le capriole, le giravolte e un consigliere di Stato gettato dal balcone di via Monte Boglia già prima che cadesse in disgrazia per le sue malefatte, ci dicono, alla Boskov che «rigore è quando arbitro fischia». Qui il gioco è nel vivo, ad oggi non si vedono sgambetti, bensì la promessa di darsi una mano (in gergo fare più voti possibili), ma le insidie sono tante. Ve ne sono anche nella casa i cui inquilini si vantano di avere una bussola «per un Ticino diverso e per un’alternativa alla politica del centrodestra». PS e Verdi hanno imparato a collaborare, anche se con qualche amnesia e diversi blackout, ma l’incursione dell’MpS all’interno della coppia rossoverde promette di generare scintille, anche alla luce del recente sfilacciamento al momento del voto per decidere se avviare una discussione generale in Parlamento sul «caso Zali». Un po’ per il sì e un po’ per il no. Vien da dire che la bussola è già stata smarrita. Ma la prova della tenuta stagna della dimora a sinistra andrà fatta in base ai modi, con l’MpS che vanta arieti dal fare irriverente, su tutto e con tutti. Cosa che potrebbe indispettire e fare soffrire per troppa ombra gli altri alleati. Tanto più in questa fase nella quale il PS schiera un solo co-presidente al fronte, dato che il secondo si è preso un periodo di «lavoro sabbatico» lontano dai riflettori. E, mediaticamente parlando, il secondo sa andare forte.
Insomma, saranno case ma con le finestre spalancate per mantenersi freschi e svegli. Magari anche con le guardie dei singoli schieramenti a fare la ronda per non farsi sorprendere e superare nottetempo dalle mosse altrui. Non si sa mai. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. E nelle case politiche vale ancora di più.
Il problema è che queste case, a guardarle bene, assomigliano ai condomini ticinesi: tutti dichiarano di voler vivere in armonia, purché il vicino non tocchi il posteggio e non alzi la musica. La facciata è comune, gli appartamenti restano separati e il regolamento è ancora tutto da scrivere. Si sorride nelle fotografie, si parla di valori condivisi e si lascia fuori dall’inquadratura il capitolo delle spese, dei turni di pulizia e della ripartizione dei meriti.
A destra la dichiarazione d’intenti ha il pregio, e anche il difetto, della chiarezza: casa comune, aperta ad altri cittadini, ma con il Ticino rappresentato in seno all’UDC Svizzera e nel rispetto degli statuti e del programma nazionale. È un equilibrio da funamboli: un piede nella casa cantonale, l’altro nella casa madre d’oltre San Gottardo, il vuoto sotto e il pubblico che aspetta di vedere chi perde l’equilibrio. Si tratta di capire chi, domani, deciderà il menu. Solitamente chi paga comanda e chi comanda paga.
A sinistra l’operazione indossa il vestito migliore: lista unitaria, ma pluralista e con maggioranza di candidati al femminile, con due donne forti che dovranno battagliare per i reciproci principi, ma convivere. La formula adottata sulla carta è elegante, quasi da brochure immobiliare. Unitaria quando si contano i voti, pluralista quando si devono spiegare le differenze. In quella casa tutti vogliono rafforzarsi, ma ogni partito deve dimostrare ai propri elettori di non essere finito lì con un materasso gonfiabile, per essere più facilmente sfrattato all’indomani.
Le alleanze nascono quasi sempre da una paura e da una speranza: la paura di perdere un seggio, la speranza che il marchio comune faccia più rumore dei singoli malumori. In mezzo ci sono gli elettori che ascolteranno incoerenze, rancori e promesse dette a voce troppo alta. Ben vengano le alleanze, purché nessuno venda il condominio come una famiglia e nessuno spacci la convenienza per un miracolo. Il giorno delle urne non basterà avere una bella casa: bisognerà convincere gli elettori che, dentro, non sono già state spartite le stanze migliori.


