Cerca e trova immobili
L'editoriale

Casse malati, lo spiacevole gusto dell’amaro in bocca

La proposta, ultima in ordine di tempo, del presidente del Centro, Fiorenzo Dadò, di separare il testo del PS, con la regola del 10%, da quello della Lega sulla deduzione fiscale del premio mensile, scompagina le logiche annunciate il giorno dopo il voto
Gianni Righinetti
07.05.2026 06:00

Chiamatela pure telenovela cassa malati. Ma forse è meglio chiamarla per ciò che è diventata: un caso da manuale di politica ticinese, dove tutti giurano di rispettare la volontà popolare e quasi tutti, al dunque, cercano il sentiero più utile al proprio orticello. A mesi dal voto sulle iniziative accolte in settembre, il quadro rimane intricato. E già questo basta a certificare il fallimento politico su una questione infarcita di facili promesse. La proposta, ultima in ordine di tempo, del presidente del Centro, Fiorenzo Dadò, di separare il testo del PS, con la regola del 10%, da quello della Lega sulla deduzione fiscale del premio mensile, scompagina le logiche annunciate il giorno dopo il voto. Allora si era detto, con toni solenni, che le due iniziative avrebbero dovuto camminare insieme, nel rispetto rigoroso della volontà popolare. Oggi scopriamo che quelle parole erano soprattutto posa. Lo «spacchettamento» favorisce infatti la soluzione dello sgravio fiscale, meno onerosa per le casse pubbliche, e mette nell’angolo la sinistra e la sua iniziativa sui sussidi. Politicamente, dall’osservatorio della maggioranza (PLR, Lega, Centro) è una mossa da vecchi volponi della politica. Istituzionalmente è la prova che il famoso «cammineranno insieme» valeva soprattutto per le dichiarazioni di circostanza. I «se», a questo punto, si sprecano. A partire dal peccato originale: aver considerato unitaria la materia «cassa malati», fingendo di non vedere che le due iniziative avevano segno opposto. Una puntava a più sussidi, l’altra a una deduzione fiscale. Due risposte diverse, due filosofie distinte, due «clientele» politiche distanti. Vien da dire: tanto valeva dividerle allora. Sarebbe stato più limpido, più onesto, più rispettoso degli elettori. Invece si è preferita la confusione, che in politica spesso aiuta più della chiarezza. Va detto senza troppi infiocchettamenti: il popolo ha risposto alle domande che gli sono state poste, non ha scritto un piano finanziario. Alle urne è facile dire sì a più sussidi, sì a meno tasse, sì a tutto. Molto meno facile è tradurre quel sì multiplo in atti coerenti e sostenibili. È qui che dovrebbe entrare in scena una politica adulta. E invece, finora, si è vista soprattutto la politica adolescenziale: promettere prima, cavillare dopo, scaricare altrove la colpa quando arriva il conto. Lo «spacchettamento» suona anche come una sonora bocciatura del piano di finanziamento del Governo. Quel piano, piaccia o no, aveva almeno un merito: tentava di tenere insieme volontà popolare ed equilibrio tra maggiori entrate e minori uscite. Ha raccolto critiche da quasi ogni parte. Una bocciatura che investe il Consiglio di Stato, certo, ma non soltanto lui. Sarebbe infatti troppo comodo rifugiarsi nel ritornello del «piove, Governo ladro». L’Esecutivo non è irreprensibile: ha mostrato esitazioni e timore decisionale. Ma almeno una cosa l’ha fatta: ha messo sul tavolo una proposta in tempi tutto sommato rapidi per gli standard cantonali imboccando la strada della realpolitik e procedendo a tappe seguendo la rotta del realismo finanziario. Il resto appartiene più alla propaganda che al Governo. Perché la verità è brutale nella sua semplicità: non siamo nel Paese dei Balocchi. Non basta evocare Pantalone. Il contribuente ha un limite, e lo hanno anche le casse cantonali. Pensare di assorbire impatti di centinaia di milioni con qualche ritocco cosmetico o con l’ennesima formula magica da campagna elettorale significa prendere in giro i cittadini due volte: prima illudendoli, poi fingendo stupore quando i numeri presentano il conto.

Nel frattempo, in Commissione gestione e finanze, il quadro è chiaro nella sua desolazione: il piano del Governo è sepolto come il doppio binario parallelo. Tutti continuano ad assicurare che la volontà popolare, di destra o di sinistra che sia, è sacra. Una formula elegante, quasi poetica. Peccato che, nella sostanza, ciascuno stia già lucidando il proprio binario elettorale. Il rischio è che tutto trascini la questione nel pieno della campagna verso aprile 2027, magari con nuove votazioni referendarie. Alla faccia della volontà popolare, evocata come un totem quando conviene e trattata come un alibi quando arriva il momento di spiegare chi paga, quanto paga e perché.

La cassa malati è diventata il terreno ideale per la gara a chi la spara più grossa: più aiuti, meno tasse, tutto e subito. Un vero luna park dell’irresponsabilità. Ora servirebbe ammettere che l’ingordigia elettorale e i calcoli di bottega hanno contribuito a creare questo groviglio. E servirebbe, soprattutto, una politica capace di dire non solo che cosa vuole, ma come intende pagarlo. Il resto è teatro. Tra promesse fantasmagoriche, votazioni illusorie, milioni mancanti e spacchettamenti mirabolanti, resta solo uno spiacevole gusto d’amaro in bocca.

In questo articolo: