Crans-Montana, i metodi corretti e quelli strumentali

C’è un modo corretto di fare le cose. A questa categoria appartiene indubbiamente la decisione della Procura del Canton Vallese di concedere l’assistenza giudiziaria all’Italia nel caso della tragedia di Crans-Montana. E poi ce n’è un altro che, comunque andrà a finire, lascia sempre sul terreno una scia di imbarazzo istituzionale, forzature politiche e costituisce un precedente pericoloso e maledettamente pesante. Basta ricordare le frasi della premier Giorgia Meloni sul caso di Ilaria Salis del 2024: «Do you know Stato di diritto?» disse in tv. Una contraddizione pacchiana se la confrontiamo con il suo intervento a gamba tesa sulla Svizzera e sullo Stato di diritto. Partiamo da un punto fermo, perché è bene dirlo con chiarezza, senza tentennamenti né ipocrisie: la collaborazione giudiziaria tra Svizzera e Italia è non solo legittima, ma doverosa. Quando tra le vittime vi sono cittadini italiani, la giustizia di quel Paese è obbligata ad aprire un procedimento penale. È la legge, non un capriccio politico-diplomatico. È assolutamente sensato che le autorità inquirenti dei due Paesi uniscano le forze, scambino informazioni, coordinino gli sforzi. Ma questo non è mettere sotto tutela una parte perché incapace, mentre l’altra la sa lunga ed è bene che si assuma la leadership dell’inchiesta. Sono due nuclei giudiziari di due Paesi fondati sullo Stato di diritto che cooperano per un fatto specifico. Poi che sovrintendente sia l’Ufficio federale di giustizia, è una garanzia accresciuta di uniformità e uno stimolo alla giustizia vallesana a rimediare (speriamo) alle troppe falle di questa inchiesta e a quelle della comunicazione gestita in maniera disastrosa, provocando enormi danni. Il problema spesso è però il contorno di una vicenda. E qui il tono deve cambiare. Perché se la giustizia ha seguito i suoi tempi e le sue regole, la politica italiana ha scelto un’altra strada: quella della pressione, della sceneggiata, della diplomazia piegata a uso interno. Una pressione che ha assunto contorni francamente inaccettabili, fino a sfiorare, e forse superare, la linea del ricatto istituzionale. Mai visto, almeno in questi termini, che un ambasciatore venga richiamato non per una crisi bilaterale reale, ma come strumento di pressione preventiva su una magistratura straniera. E ancor meno che si minacci di «tenere a Roma» un console, come se fosse una pedina da spostare su una scacchiera. Detto questo, evitiamo pure di stracciarci le vesti. Il Consolato di Lugano resta operativo, i rapporti quotidiani tra i due Paesi non sono interrotti, la Svizzera non è sotto assedio. Ma il precedente resta. E non è un bel precedente. C’è poi un altro aspetto che colpisce, e non poco. Sfogliando i principali quotidiani italiani di sabato, si nota che la notizia dell’accoglimento dell’assistenza giudiziaria da parte del Vallese è praticamente passata sotto silenzio. Una decisione attesa, rilevante e concreta. Eppure, poco o nulla. Come se non fosse notizia. Come se il risultato ottenuto contasse meno della narrazione muscolare che lo ha preceduto. L’impressione, difficile da scacciare, è che ciò che non serve al racconto politico-mediatico del momento venga semplicemente ignorato.
Così l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado resta, per ora, in patria. Significa che le condizioni pressorie poste dall’Italia restano valide. Saranno la presidente del Consiglio Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani a decidere tempi e modalità del rientro. Una decisione che arriverà solo dopo l’incontro tra le due procure, fissato per metà febbraio. Crediamo di poter dire che sopravviveremo. Non ci pare che la sua assenza abbia generato scompensi nel Paese reale, anche se le tensioni commerciali emerse negli ultimi giorni, in questa situazione non potranno che acuirsi.
Ora, c’è da sperare (ma senza farsi troppe illusioni) che la politica italiana faccia un passo indietro e lasci lavorare i magistrati. Illusione, appunto. Anche perché la giustizia in Italia è ostaggio di un clima politico avvelenato, con un referendum alle porte e una tensione costante tra toghe e Governo. In questo contesto la tragedia di Crans-Montana è diventata bassamente materiale da talk show, carburante per lo share, terreno di caccia per opinionisti che sbraitano. Spiace fare di tutta l’erba un fascio, ma il panorama televisivo italiano offre troppe trasmissioni spazzatura e troppi conduttori dediti più alla mistificazione che all’informazione. Quando non alle autentiche fake news. Ben venga la libertà di stampa. Ben venga la libertà di espressione. Ma la libertà non è sinonimo di impunità intellettuale, né di ignoranza ostentata dei più elementari princìpi dello Stato di diritto. La collaborazione giudiziaria è una cosa seria. La diplomazia pure. Usarle come strumenti di pressione politica o come messinscena per il pubblico interno è un gioco pericoloso. Forse persino da incoscienti.


