Crans-Montana: il dolore condiviso, l’empatia ritrovata

Ieri la Svizzera – l’intera Svizzera, è bene precisare – ha commemorato i morti e i feriti della tragedia di Crans Montana con una giornata di lutto nazionale che, di fatto, è stata un unicum nella nostra storia recente. Il minuto di silenzio rispettato da ognuno di noi alle 14, le campane suonate alla stessa ora in ogni angolo della Confederazione, la cerimonia a Martigny alla presenza dei capi di Stato e di autorità di ben 32 Paesi hanno costituito, dopo quella notte infernale, il primo vero momento ufficiale di dolore condiviso da tutti. Anche se solo per un pomeriggio, le convulse e divisive polemiche locali e internazionali degli ultimi giorni si sono affievolite. Chiamiamolo una momentanea «tregua» soprattutto di carattere mediatico. Ora si tratta di capire come proseguire su questa strada virtuosa e come impostare una migliore gestione del dopo-tragedia, sia relativamente alle indagini sia per quanto riguarda la comunicazione.
L’abbiamo già scritto: questo dramma avrebbe potuto accadere ovunque. Tuttavia la Svizzera - per dirla con il suo presidente Guy Parmelin durante la commemorazione di ieri - «è un Paese fondato su rigore e affidabilità e deve saper prevedere questo genere di rischi». Parole forti, che testimoniano in modo chiaro e netto che qualcosa non ha funzionato. Non solo, ça va sans dire, prima della tragedia (nei controlli di sicurezza, e su questo si farà luce) ma anche dopo, quando è stato il momento di comunicare al mondo intero che stavamo agendo con la massima responsabilità e il massimo senso di giustizia. Diciamoci la verità: a una disgrazia di simile portata il nostro Paese era impreparato. Gli strumenti di gestione della crisi si sono rivelati deboli. Le autorità del Vallese sono avanzate in ordine sparso, incapaci di affrontare lo tsunami di media internazionali accorsi sul posto e anche Berna ha avuto esitazioni nel prendere fermamente in mano la situazione, centralizzandola, come si dovrebbe fare quando vi sono molte vittime straniere. È mancata una vera task force diplomatica e mediatica, il che ha danneggiato la serietà e la profonda empatia con cui stavamo affrontando la sventura e sostenendo le vittime coinvolte, svizzere e non.
Non siamo un popolo propenso a quei gesti eclatanti che i media spesso pretendono, alle dimissioni o ai siluramenti preventivi di presunti colpevoli, o peggio ancora al giustizialismo sommario. L’arresto di Jacques Moretti, il gerente del Constellation, il locale teatro del dramma, e la misura cautelare ai domiciliari nei confronti di sua moglie Jessica, rappresentano un segnale forte, auspicato dallo stesso Parmelin nel suo discorso. Ma il lavoro che resta da fare è enorme e a più livelli. La giornata di ieri deve fare da bussola: da oggi dobbiamo essere più pronti e più uniti che in passato davanti a possibili tragedie. Per rispetto di tutte le vittime di Crans Montana, e di noi stessi.


