Crans-Montana, lo Stato di diritto tra tifosi e cittadini

C’è un punto, nella drammatica morte di 40 persone nel maledetto locale «Le Constellation» di Crans-Montana che pullulava di giovanissimi, in cui la discussione pubblica smette di essere costruttiva e comincia a diventare rumore. È il punto in cui la giustizia viene scambiata per vendetta, l’indignazione per argomento e la sofferenza per palcoscenico. È lì che lo Stato di diritto – concetto esigente, scomodo – viene tirato per la giacca da chi vorrebbe piegarlo all’emotività del momento per forgiarlo secondo il dolore patito e verosimilmente irreversibile. Ma il solco tra giustizia e giustizialismo è un confine concreto, che andrebbe difeso con la stessa fermezza con cui si difendono le vittime. In Svizzera, piaccia o no, i processi non si celebrano nei talk show, né sui social, né sulle prime pagine trasformate in tribunali improvvisati. Non per elitismo, ma per civiltà giuridica. Perché il diritto vive di prove, contraddittorio, tempi e garanzie; non di sondaggi, hashtag o sentenze emotive. È una cultura che richiede disciplina, faticosa di fronte alle sirene dell’umana emotività, e che esige uno sforzo: accettare che la verità giudiziaria non coincide sempre con la verità che ciascuno sente di avere in tasca. Tutto è tremendamente complicato, ne siamo perfettamente coscienti pure noi alla ricerca del «perché» e del «chi».
Gli interrogativi sono legittimi, finanche doverosi, sono sinonimo di volontà autentica di chiarezza, di giustizia. Ma l’indignazione «un tanto al chilo» non aiuta a chiarire, non consola chi soffre, non rende migliore il sistema. Serve semmai a irrigidire le posizioni, a creare un clima in cui ogni parola pesa più per l’effetto che produce che per il senso che ha. E quando il dibattito scivola lì, la giustizia perde due volte: viene delegittimata e diventa ostaggio. C’è poi il tema, delicatissimo, delle famiglie. Le famiglie che soffrono non hanno bisogno di megafoni, ma di rispetto. Ogni uso strumentale del loro dolore rischia di essere una seconda violenza. La pietà non è spettacolo e il silenzio composto, non quello di chi fugge, a volte è la forma più alta di solidarietà. Difendere lo Stato di diritto significa anche proteggere chi è coinvolto dal circo mediatico, non esporlo. Gli avvocati coscienziosi dovrebbero sapere che la difesa è un diritto che va esercitato con rigore nelle sedi e con gli strumenti appropriati. Le scorciatoie mediatiche, le allusioni, le pressioni indirette sull’opinione pubblica sono armi che funzionano nel breve periodo e avvelenano nel lungo. In questo quadro già teso, spicca una nota stonata: la gestione politica locale dove emerge un sindaco improponibile, inadeguato, incapace persino di un gesto elementare di umanità. Scusarsi. Corretto dalla sua vice che ha chiesto «perdono a tutte le famiglie». Le scuse non compromettono nulla, restituiscono un briciolo di dignità. Rimpiangiamo la misura e la statura dell’intervento del presidente della Confederazione Guy Parmelin, intervenuto subito dopo la tragedia, ma che purtroppo in Vallese ha fatto scuola tardivamente. Esemplare per contro, da subito, la misura e la sensibilità del presidente del Governo vallesano Mathias Reynard: commovente, profondamente umano. Qui sta un altro nodo del caso: la confusione dei ruoli. La giustizia deve fare la giustizia. La politica deve fare la politica. I media devono informare, non sostituirsi ai giudici. Quando questi piani si sovrappongono, il risultato è una miscela esplosiva. Il diritto viene percepito come arbitrio, la politica come cinismo, l’informazione come tifo. E alla fine a perdere è la fiducia, bene fragile che non si ricostruisce a colpi di dichiarazioni roboanti. La tentazione del giustizialismo nasce spesso da una frustrazione comprensibile che indica la giustizia come lenta, distante, a volte incomprensibile. Il caso di Crans-Montana è quindi una prova. Non solo per i tribunali, ma per la maturità collettiva svizzera. Per la capacità di distinguere tra emozione e ragione, tra richiesta di verità e sete di colpevoli, tra informazione e pressione. È una prova anche per i media, incapaci di ammettere con coraggio «questo non lo sappiamo ancora». Alla fine, lo Stato di diritto non è un totem astratto. È una pratica quotidiana, fatta di piccoli gesti: una parola misurata, un titolo non urlato, una scusa detta al momento giusto, un avvocato che argomenta invece di insinuare, un cittadino che aspetta prima di giudicare. È faticoso, perché va contro l’istinto. Ma è l’unica strada che conosciamo per evitare che la giustizia diventi spettacolo e lo spettacolo diventi condanna. Difendere questo impianto non significa chiudere gli occhi. Significa tenerli aperti e avere la pazienza di guardare fino in fondo. Anche quando fa male. Anche quando non consola. Anche quando l’indignazione sembra più facile. Crans-Montana ci mette davanti a questa scelta. Sta a noi decidere se vogliamo essere pubblico-tifoso o cittadini.


