Crans-Montana, una tragedia che non può diventare divisiva

Dà un profondo dispiacere vedere come la tragedia di Crans-Montana si sia trasformata, anche se solo in alcuni momenti e solo su alcune testate soprattutto italiane, in un’occasione per fare dei paragoni fuori luogo fra Svizzera e Italia o per dare suggerimenti (eufemismo) ai nostri inquirenti e alla nostra magistratura. Nel gravissimo incendio durante la notte di Capodanno sono morte quaranta persone, in gran parte giovani e giovanissimi. Il punto da tenere sempre presente dovrebbe essere proprio questo: quaranta vite stroncate, quaranta famiglie distrutte, più un altro centinaio alle prese con figli e figlie feriti, alcuni in gravi condizioni. Si tratta di un dolore difficilissimo anche solo da immaginare per ciascuno di noi, un dolore che si protrarrà per lunghi anni e che non sparirà mai del tutto. L’intera disgrazia andrebbe dunque commentata, dal punto di vista giornalistico, con grande delicatezza e ricordando che una volta accertate le responsabilità, nessuna eventuale punizione dei colpevoli, per quanto potrà essere dura, consolerà i genitori delle vittime. Per tragedie come questa non esiste nessun risarcimento possibile.
Esiste, certamente, una giustizia che va perseguita e applicata senza sconti. Su questo punto, tuttavia, occorre agire con serietà e senza clamore, per fare piena luce sulla sventura, comminare eventuali condanne e per prendere provvedimenti affinché la tragedia non si ripeta. Negli ultimi giorni invece - lo ripetiamo, con dispiacere – è partita non solo sui social media, ormai appannaggio di tuttologi e moralisti, una gara di critiche, denigrazioni e pensieri in libertà che non ha nulla a che vedere né con il diritto di cronaca né con la partecipazione affettiva verso le famiglie coinvolte né con il garantismo che spetta agli indagati, che la magistratura svizzera ha deciso di far restare, per ora, a piede libero. È una decisione assai discutibile, anche a nostro modo di vedere, ma è stata presa presumibilmente tenendo presente la peculiare e apprezzata cultura giuridica della Svizzera, incentrata sul rispetto per le persone, ancorché sotto indagine.
Abbiamo però potuto leggere che in Italia i proprietari del «Constellation» sarebbero già stati arrestati, che quanto è capitato è un «omicidio» in piena regola (così lo ha definito l’imprenditore italiano Flavio Briatore), che l’intero nostro sistema di concessione delle licenze è fallimentare così come quello dei controlli di sicurezza. Giudizi, quando non superficiali, del tutto ingenerosi, talora pronunciati da soddisfatti frequentatori, in passato, della Svizzera.
Beninteso, la nostra giustizia penale dovrà essere inflessibile riguardo alle mancanze e alle colpe dei proprietari del locale e sulle negligenze nei controlli, che ogni giorno che passa appaiono sempre più evidenti, come ammesso ieri anche dal sindaco di Crans in una debole conferenza stampa che ha mostrato tutta l’impreparazione della municipalità a gestire un evento di questa drammaticità e di questa portata mediatica. Tanto che alcune testate elvetiche non hanno esitato a chiedere le dimissioni del sindaco Nicolas Féraud: una richiesta comprensibile che mostra quanto la Svizzera, in questi giorni, sia alle prese con un complicato problema di immagine e di reputazione su scala mondiale. Ma anche qui, occorre equilibrio tra l’esigenza di lanciare segnali immediati ai media stranieri e il rigore nelle indagini.
Fermo restando, ça va sans dire, quanto già scritto su queste colonne: non ci sono ragioni comprensibili perché un bar debba andare a fuoco su vasta scala e una festa di Capodanno concludersi con decine di morti e feriti innocenti. Responsabilità e colpe vanno individuate e punite. Ma aprire ora, con i feriti che in ospedale lottano ancora tra la vita e la morte, un derby «diplomatico» e mediatico su cosa farebbe un Paese o un altro al nostro posto, è una operazione che francamente riteniamo inutile e aberrante. Non è più giornalismo, ma intrattenimento di secondo ordine, venato di nazionalismo posticcio, che sta offuscando la memoria delle vittime, la lotta dei sopravvissuti, il dolore, lancinante, dei famigliari.


