Dalle guerre arrivano inflazione e recessione

«Le conseguenze economiche della pace» è il titolo di un saggio di John Maynard Keynes del 1919, scritto alla fine della Prima guerra mondiale. In quel breve testo, l’economista inglese sostenne che il Trattato di Versailles – al quale aveva partecipato come delegato del Cancelliere dello Scacchiere e che riteneva troppo punitivo nei confronti della Germania sconfitta – avrebbe distrutto l’economia europea, provocando crisi, disoccupazione di massa, radicalizzazione politica e, alla lunga, un altro grande conflitto sul continente. Un paio di decenni dopo, la storia gli diede ragione.
«Le conseguenze economiche della guerra», invece, potrebbe essere il titolo di un altro saggio, buono per tutti i conflitti – vicini e lontani – combattuti dagli anni ’50 del secolo scorso a oggi e, in particolare, per le guerre che hanno infiammato il Medio Oriente o che hanno inciso in modo diretto o indiretto sull’approvvigionamento energetico del resto del mondo. I primi costi, ovviamente, sono quelli in termini di vite umane. In guerra si muore e le bombe non sono ancora in grado di distinguere tra colpevoli e innocenti. Poi ci sono i costi economici e sociali che dovremo accollarci tutti, anche se non si partecipa né direttamente né indirettamente al conflitto.
A quattro giorni dall’attacco militare israelo-americano all’Iran, la Banca centrale europea è stata la prima istituzione monetaria a mettere in guardia dai rischi che ne derivano. Una guerra prolungata con l’Iran – ha avvisato martedì Christine Lagarde – potrebbe far risalire in modo significativo l’inflazione nell’area euro e indebolirne la crescita, che – detto per inciso – non è tra le più elevate della sua storia: poco più dell’1%. La via preferenziale attraverso cui l’inflazione si insinua nell’economia è infatti quella energetica, tramite uno shock petrolifero. Le analisi, comunque improntate all’ottimismo, della BCE mostrano che un aumento duraturo del prezzo del petrolio potrebbe aggiungere circa 0,5 punti percentuali all’inflazione e sottrarre 0,1 punti alla crescita del PIL. Non sappiamo, tuttavia, quanto durerà né quanto sarà ampio questo conflitto. È però abbastanza evidente che la strategia del regime degli ayatollah, a mo’ di rappresaglia agli attacchi israelo-americani, sia proprio quella di cercare di estendere il conflitto a tutta la regione.
Il nodo è lo Stretto di Hormuz, controllato dall’Iran: se le forniture di petrolio e gas che transitano dal Golfo Persico venissero interrotte, l’Europa subirebbe ulteriori rincari dell’energia, con effetti rapidi su carburanti, trasporti e costi industriali. La Cina è di fatto l’unica acquirente del petrolio iraniano e ha interesse a che questo passaggio rimanga aperto e navigabile il più a lungo possibile. In ogni caso, energia più cara significa minore potere d’acquisto per le famiglie e margini compressi per le imprese e, quindi, crescita più debole, a fronte di un lungo percorso disinflattivo iniziato nel 2022 che diventerebbe più incerto e potrebbe trasformarsi nella classica strada verso la recessione. L’impatto dipenderà dalla durata e dall’ampiezza del conflitto: uno shock breve avrebbe effetti più limitati, mentre una crisi prolungata costringerebbe a rivedere le previsioni macroeconomiche e il percorso atteso dei tassi d’interesse. A questo punto, un aumento del costo del denaro da parte della BCE e anche della Federal Reserve non si potrebbe escludere.
Diversa la situazione della Banca nazionale svizzera, che non è alle prese con un problema di inflazione, ma con la robustezza del franco, che in una situazione come l’attuale funge da filtro all’aumento dei prezzi importati. Il problema è che, tra dazi e instabilità geopolitica, una valuta troppo forte frena le esportazioni e costringe le imprese a esercizi supplementari di efficienza dei costi.


