Fallimento individuale e ricadute collettive

Premesso che la violenza e la distruzione viste nei giorni scorsi a Milano e Parigi, e che rischiano di ripetersi altrove, magari a Como nel weekend, non trovano giustificazione né legittimità alcuna, indipendentemente dal fatto che arrivino da frange di sinistra o di destra, resta però un interrogativo inquietante: chi sono questi giovani, o meglio questi giovanissimi? L’identikit non è univoco e non c’è un profilo preciso. Sono di destra o di sinistra? Nessuna delle due etichette descrive bene la massa. C’è una marcata componente apolitica e una componente politicamente riconoscibile, ma solo in Francia. A Milano, in piazza, c’erano soprattutto gruppi che si sono staccati da una manifestazione di carattere sociale. Non erano antagonisti ideologici, e non avevano un leader. La loro guida non è legata a movimenti esistenti: il riferimento sono i social e la grande rete, dove si gasano e si eccitano fino ad andare a distruggere e saccheggiare. Due tredicenni, per dire, hanno visto i video su Instagram e sono corsi subito in centro. Nella massa non sono mancate frange di collettivi studenteschi, centri sociali e comitati antifascisti. A Parigi le cose sono state un po’ diverse: c’era una parte di ultrasinistra e di black bloc. Ma molti, a ben vedere, erano delinquenti opportunisti. Tornando al capoluogo meneghino, a metterlo a ferro e fuoco c’erano persone di origine straniera, ma di seconda e terza generazione, come pure numerosi italiani di nascita e di famiglia. Parlare di minorenni, in certi casi, è fin poco indicato: occorre riferire di adolescenti, tra i fermati anche ragazzini di 11-13 anni. Degli oltre 270 ragazzi portati in questura nei due giorni, l’80% era minorenne. Look da «maranza», incappucciati, con tute e scarpe da ginnastica. La piazza così, dentro una massa deviata, diventa un grande videogioco: lanciano bottiglie contro la polizia e scappano, agili come gazzelle. Poi assaltano, arraffano scarpe, bevande e dolciumi, merce che spesso non useranno e che serve soprattutto a mostrare nei filmati social. È il loro bottino, motivo di vanto per chi detesta tutto. E forse anche tutti.
Chiediamoci allora quale considerazione hanno di sé stessi, quanta speranza hanno di costruire un futuro, di dare forma a una famiglia, di impegnarsi per amor proprio e per contribuire alla crescita personale e collettiva. In poche parole, di essere parte integrante della società. E di essere fieri non solo della tangibile distruzione, ma anche di quei beni immateriali che sono ricchezza per la natura umana. Ma in quelle giovani vite c’è stato un cortocircuito. Se per questi ragazzi tutto ciò che noi fortunati e impegnati riteniamo «normale» non è possibile e non è raggiungibile, significa che nel loro processo di crescita qualcosa si è rotto o non si è sviluppato.
Non si tratta di attribuire loro solo colpe, ma di constatare un fallimento individuale che ha marcate ripercussioni collettive. Non possiamo prendercela solo con la tanto vituperata «società», alla quale ci si appella ricorrentemente per assegnare ogni disfatta. Purtroppo, i fallimenti tendiamo sempre ad attribuirli alla collettività, mentre i successi li assegniamo al solo singolo. Il fallimento vien da dire, parte proprio da questo dato di fatto. È l’apoteosi dell’egoismo, ed è tutto ancora più triste. Ma la resa non può essere la risposta ultima.


