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L'editoriale

Frontalieri e indennità, un tema che scotta

La decisione presa mercoledì a Bruxelles potrebbe avere importanti ripercussioni finanziarie e politiche per la Svizzera
Giovanni Galli
02.05.2026 06:00

La decisione presa mercoledì a Bruxelles sulle indennità di disoccupazione dei frontalieri potrebbe avere importanti ripercussioni finanziarie e politiche per la Svizzera. I governi dei 27 Paesi membri hanno dato il primo via libera a una riforma che cambia radicalmente le regole del gioco. Oggi, se un frontaliere perde il lavoro, le indennità sono pagate dagli Stati di domicilio. In futuro, invece, a versarle dovrà essere l’ultimo Paese in cui il lavoratore era impiegato. Sulla base degli accordi bilaterali, la Confederazione paga agli altri Stati solo un indennizzo pari a tre mesi di disoccupazione se il frontaliere ha lavorato meno di un anno, oppure a cinque mesi se ha lavorato più di un anno. La Svizzera è fra i Paesi favoriti dal sistema attuale. L’anno scorso, Berna ha versato 226 milioni di franchi alla Francia, 29 alla Germania, 21 all’Italia e 6 all’Austria. Si tratta di importi molto inferiori ai contributi che i pendolari di questi Paesi versano all’assicurazione disoccupazione. Visto che nella Confederazione lavorano più di 400 mila frontalieri, si prospetta in teoria un impatto molto pesante. Il costo aggiuntivo stimato (ma non confermato dalla Seco) oscillerebbe tra i 500 milioni e 1 miliardo di franchi all’anno. In conto, dovrebbero essere messi anche i costi per il potenziamento degli uffici regionali di collocamento, ai quali potranno fare capo i frontalieri rimasti senza lavoro interessati a trovare un nuovo impiego in Svizzera. In tal caso, le indennità andrebbero corrisposte per due anni, come ai residenti.

La Svizzera non è tenuta a recepire questa regolamentazione, ma in ogni caso il tema scotta politicamente. Per due ragioni. Innanzitutto perché cade nel pieno della campagna di voto sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!», che prevede in ultima istanza la disdetta dell’accordo con l’UE sulla libera circolazione. In secondo luogo, perché si presta a condizionare le discussioni sul nuovo pacchetto di accordi bilaterali, ora all’esame delle Camere. È pacifico che quando Bruxelles approverà in via definitiva la riforma (verosimilmente in luglio) chiederà a Berna di adottarla. La richiesta dovrà essere portata nel Comitato misto, l’organo paritetico che attua i bilaterali e discute le controversie. Si può facilmente immaginare che la Svizzera risponderà picche (l’UDC sta già facendo pressioni in questo senso). Oggi la Confederazione dispone di una sorta di diritto di veto perché il Comitato misto può decidere solo all’unanimità e nessuna parte può prevalere sull’altra. Un no, tuttavia, non metterebbe necessariamente fine alla questione. I Paesi che si riterranno penalizzati dal rifiuto svizzero non mancheranno di fare rimostranze a Bruxelles. Berna potrebbe subire tentativi di pressione o misure di ritorsione arbitrarie, come era già successo in passato con il mancato rinnovo dell’equivalenza borsistica (nel 2019) o l’esclusione dal programma di ricerca Horizon (2021). L’UE può fare quello che vuole, e oggi non è possibile sapere fino a che punto sarebbe disposta a spingersi per indurre la Svizzera ad adeguarsi. Visto il momento politicamente delicato nelle relazioni bilaterali, si può immaginare che non ci sarebbe un interesse da parte europea a tirare troppo la corda. Ma sono solo supposizioni. Tensioni e contrasti andrebbero comunque messi in conto.

D’altra parte, il tema delle indennità dei frontalieri disoccupati sarà un’occasione per valutare le differenze fra il sistema odierno e quello dei cosiddetti Bilaterali III, che diversamente dai trattati attuali, in cui tutto viene discusso e risolto (o non risolto) in sede politica nel Comitato misto, prevedono precise regole istituzionali per la risoluzione dei conflitti. Con i nuovi accordi, che contemplano la ripresa dinamica del diritto UE, Berna avrebbe un margine di manovra molto più ristretto. Potrebbe opporsi a livello parlamentare ed eventualmente popolare all’adozione di una normativa europea. Ma in questo caso, per dirimere la controversia l’UE avrebbe la facoltà di appellarsi a un Tribunale arbitrale, che deciderebbe dopo aver consultato la Corte di giustizia europea. Se il tribunale arbitrale si pronunciasse a sfavore della Svizzera, l’Unione potrebbe adottare misure compensative, ma comunque «proporzionate» e in ambiti circoscritti, come la sospensione di accordi o la limitazione dell’accesso alla libera circolazione per gli svizzeri attivi all’estero. Non ci potrebbero essere ritorsioni arbitrarie in altri settori. Insomma, come ha scritto la NZZ, sia Berna sia Bruxelles godrebbero di minore libertà; chi per evitare norme sgradite, chi per attuare contromisure. L’impressione è che un banco di prova su un tema così sensibile come quello dei frontalieri rischia di non giovare alla causa dei Bilaterali III

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