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L'editoriale

Geopolitica ed economia sono legate a doppio filo

L’anno appena iniziato si presenta difficile da interpretare con i consueti modelli economici
Generoso Chiaradonna
08.01.2026 06:00

L’anno appena iniziato si presenta difficile da interpretare con i consueti modelli economici. La Svizzera, come la maggior parte delle economie avanzate, guarda a un tasso di crescita del PIL che si attesta attorno all’1%, in linea con le previsioni dei principali istituti di ricerca e con la dinamica ciclica che esclude, in assenza di shock catastrofici, scostamenti bruschi rispetto al 2025. Eppure, l’incertezza economica è oggi largamente superata – in termini di rischio percepito – dall’incertezza geopolitica che sta scuotendo l’inizio di questa seconda parte di decennio. Il terremoto non ha origine nei tradizionali mercati emergenti o nella borsa di Wall Street: proviene dall’America Latina, da un episodio che sta riscrivendo, in tempo reale, le regole della politica internazionale.

All’inizio di gennaio, gli Stati Uniti hanno lanciato una vasta operazione militare in Venezuela culminata con l’arresto e la rimozione del presidente Nicolás Maduro dal potere, trasferito poi negli Stati Uniti per rispondere di gravi accuse penali. L’azione, definita Operation Absolute Resolve, ha comportato combattimenti, vittime tra militari venezuelani e cubani e la proclamazione di una leadership ad interim che si trova oggi ad affrontare pressioni interne e internazionali senza precedenti.

La scala e la portata dell’intervento – mai viste nella regione da decenni – costituiscono un salto di paradigma nella politica estera statunitense, senza il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e in chiaro contrasto con i principi di sovranità. Non è una novità in assoluto, visto che già in passato ci sono stati episodi analoghi. Basta ricordare l’invasione statunitense di Panama nel dicembre del 1989 e la cattura del dittatore panamense Manuel Noriega, o altri interventi militari non avallati dall’ONU. Ad ogni modo, questa operazione rischia di ridefinire ulteriormente la percezione globale della legalità internazionale. La reazione internazionale non si è fatta attendere. Le Nazioni Unite hanno condannato l’intervento come una «violazione flagrante del diritto internazionale», mentre potenze come Russia e Cina hanno espresso critiche dure e avvertimenti formali. Paesi dell’America Latina, dal Brasile al Messico, hanno manifestato preoccupazione per la stabilità regionale.

Dal punto di vista macroeconomico, l’impatto immediato di questa crisi venezuelana sul PIL globale e sull’inflazione dovrebbe restare contenuto. Il Venezuela, pur avendo le principali riserve di greggio, pesa poco sull’estrazione mondiale di petrolio, con un output intorno a un milione di barili al giorno, circa l’1% o meno dell’offerta totale. In un mercato già in eccesso di offerta e con prezzi del greggio che gravitano attorno ai 60 dollari al barile, shock politici isolati non sembrano giustificare scossoni sistemici sui prezzi energetici o sulla crescita globale nel breve termine.

Tuttavia, sul fronte finanziario e dei mercati dei capitali, la reazione all’aumento del premio al rischio è chiara: beni rifugio come l’oro hanno guadagnato terreno, mentre gli investitori monitorano con attenzione la possibile variazione del ruolo del dollaro come valuta di riserva.

Se lo scenario geopolitico dovesse stabilizzarsi e se la gestione del settore petrolifero venezuelano venisse progressivamente riattivata grazie a investimenti stranieri, è possibile che nel medio termine si sviluppino nuove dinamiche nell’offerta globale di energia. Ma si tratta, realisticamente, di prospettive che riguardano più la fine degli anni ’20, non il 2026. Gli enormi investimenti richiesti per riportare la produzione ai livelli precedenti e per rilanciare un’economia devastata da anni di crisi strutturale rimangono un’impresa di lungo periodo anche per le imprese statunitensi.

All’inizio di un nuovo anno, la lezione politica è – se ce ne fosse ancora bisogno – che l’economia mondiale non può più essere pensata come isolata dall’arena geopolitica. Gli shock politici, per loro natura, sono altamente non lineari e profondamente incerti. Il 2026 appena cominciato rischia di essere ricordato come l’anno in cui l’ordine internazionale ha subito un’ulteriore frattura significativa, con riflessi economici che si vedranno forse solo negli anni a venire. In questo contesto il compito dei governi europei, Svizzera compresa, è quello di prendere decisioni politiche chiare, sostenere la fiducia e promuovere soluzioni multilaterali pacifiche.