Gli attacchi dell'Italia con metodi alla Trump

Dopo decenni di buon vicinato, e di proficui scambi culturali ed economici, tra Italia e Svizzera si sta finendo senza ragione ai ferri corti. Le continue bordate del Bel Paese hanno trasformato lo scontro mediatico - in atto fin dal primo giorno dopo la tragedia di Crans - in un caso diplomatico e infine in uno psicodramma collettivo. Quella a cui stiamo assistendo attoniti, però, non è una vicenda di princìpi, è solo un enorme psicodramma mediatico. Ci stiamo riferendo, naturalmente, alle reazioni italiane alla scarcerazione di Jacques Moretti. In questi giorni abbiamo potuto leggere editoriali e articoli di aperto attacco non solo contro la decisione del Tribunale delle misure coercitive vallesano, sulla quale - ça va sans dire - anche noi nutriamo molte perplessità, ma contro l’intera Confederazione. Parole piene di astio, che mettono sotto accusa, irresponsabilmente, un’intera comunità nazionale. Addirittura, in prima pagina su uno storico giornale, abbiamo potuto leggere che la Svizzera è oggi un «Paese in fuga» dalle proprie responsabilità, che tutto quello che noi svizzeri vogliamo è «cancellare» il prima possibile la tragedia di Crans-Montana anziché identificare i responsabili, che l’intero sistema svizzero è «complice» (sì, proprio così) e che, infine, non intendiamo celebrare un processo giusto ma solo «svignarcela». Parole gravissime, che ci sforziamo ancora adesso di considerare soltanto come una sfortunata espressione di un giornalismo di stampo populistico. Si resta basiti per tanta inconcepibile leggerezza di giudizio a fronte di una grande tragedia nella quale sono morti anche 22 ragazzi svizzeri. Eppure, con pochissime eccezioni e fin dal primo momento, e con i nostri vigili del fuoco che ancora lottavano tra le fiamme per salvare vite, i media italiani si stanno scatenando nel «tiro alla Svizzera». Ci è sembrato che alcuni giornalisti non vedessero l’ora di poter dire che l’amato-odiato «modello svizzero» era arrivato al capolinea, anzi, che non era mai stato quello che pretendeva di essere. La tragedia di Crans-Montana, di fatto, è subito stata strumentalizzata per un regolamento di conti e trasformata in una propaganda «nazionalista» sulla pelle delle vittime, delle famiglie delle vittime e dei feriti. Nella nostra ingenuità, che forse è solo serietà civile, non ci saremmo mai aspettati un simile livore, non tanto da parte del popolo italiano, che ben conosciamo nella sua empatia, solidarietà e generosità d’animo, quanto da parte dei media che dicono di rappresentarlo. Ma c’e un limite morale a tutto. Accusare il «sistema elvetico» di voler rimuovere il prima possibile la tragedia di Crans-Montana dalla memoria collettiva, senza nemmeno voler cercare e trovare giustizia per le famiglie dei morti, anche dei propri morti, è un’operazione mediatica e politica di una malafede senza pari e senza scrupoli.
Discorso solo leggermente diverso sul piano diplomatico e politico. Sabato il governo di Giorgia Meloni è arrivato al punto di richiamare a Roma l’ambasciatore italiano a Berna. Sono decisioni inaudite, che la cronaca degli ultimi anni ci ha abituato a vedere solo in contesti bellici. Il presupposto di un simile provvedimento è che nelle indagini non stiamo facendo tutto quanto è nelle nostre possibilità. Anzi, magari stiamo pure tentando di insabbiare qualcosa. Anche qui, sulla pelle dei ragazzi morti in quella notte maledetta. Non bastasse, ieri la premier italiana, dopo aver espresso «indignazione» per la scarcerazione di Moretti, ha chiesto che venga «costituita senza ritardo e senza ulteriori resistenze una squadra investigativa comune, che utilizzi la competenza e la professionalità degli appartenenti alle forze di polizia italiani». Mostrando così di considerare gli inquirenti elvetici, che nei decenni hanno collaborato con l’Italia in modo egregio, e non solo su reati finanziari internazionali, come un gruppo di sprovveduti, ci sia permesso, tipico di un Paese del Terzo mondo. Siamo davvero alla follia, all’affronto. Un modo di fare da Trump in sedicesimo. Ora c’è, in Svizzera, chi suggerisce che il Consiglio federale stesso debba buttarsi nella mischia e dare risposte a tono alle ingerenze di Roma. Sarebbe un grave errore. Si andrebbe subito all’escalation, e i media italiani non farebbero che gettare benzina sul fuoco.
La verità, molto semplice in questi tempi di prepotenza diffusa, è che il sistema giuridico svizzero è diverso da quello italiano. Al netto che Jacques Moretti è comunque accusato di omicidio colposo, accusa che potrà anche trasformarsi in un’incriminazione più grave, che certamente pagherà per le eventuali sue responsabilità che verranno provate, e che si sono messe in atto tutte le precauzioni per evitarne la fuga, è così difficile prendere atto di questa differenza di legislazione tra due Paesi e, di conseguenza, rispettarla? O forse, anche qui, si preferisce che le esigenze della propaganda politica abbiano la meglio sulla giustizia? La giustizia è un diritto assoluto delle famiglie coinvolte nella tragedia e siamo convinti che, come da tradizione elvetica, alla fine verrà garantita e assicurata. Il giustizialismo, invece, lasciamolo pure perdere fin da adesso.


