Il cappellino di Parmelin indossato pure in campo

Il cappellino di Guy Parmelin, in fondo, era proprio ciò di cui avevamo bisogno. Orgoglio, consapevolezza e un pizzico di spavalderia riassunte in una semplice frase: «Switzerland Great Since 1291». Sotto gli occhi del presidente della Confederazione, la nazionale elvetica è tornata a essere fiera, ineccepibile sul piano collettivo, e pure spregiudicata con quel genio di Manzambi. È tornata a essere grande, appunto. Una prestazione come quella offerta contro l’Algeria, detto altrimenti, era tremendamente necessaria per mitigare i dubbi emersi durante la fase a gironi. Per di più al cospetto di avversari di medio e basso livello.
Il match vinto ai danni del grande ex Vladimir Petkovic, al contrario, ha obbligato la Svizzera a fare davvero i conti con le aspettative, le emozioni e pure un pizzico di paura. Vero, Xhaka e compagni non sono stati chiamati a scalare una montagna per ritrovarsi agli ottavi di finale, ma hanno sicuramente dovuto alzare il proprio livello di attenzione, abnegazione ed efficienza. E le risposte fornite al BC Place di Vancouver, suggerivamo, hanno sortito un duplice effetto: da un lato cementare le certezze e la fiducia di staff tecnico e squadra, dall’altro intercettare e moltiplicare l’entusiasmo del popolo rossocrociato.
Sì, finalmente è anche il nostro Mondiale. Uniti sul campo sotto le stelle e abbracciati nelle piazze al sorgere del sole. MAGA e magia sono allusione ed essenza di un torneo che, ora, e una volta per tutte, non vogliamo farci scivolare dalle mani. Indipendentemente dall’avversario che ci riserverà la notte, la Svizzera può presentarsi al cospetto della storia - e delle sue pretese - senza arrossire. Senza tentennare. Perché la sfida contro l’Algeria è stata sia benzina, sia balsamo. E se non ne siete convinti, provate a rivolgervi a Dan Ndoye. Il talentuoso esterno di Yakin, sin qui, ha sintetizzato alla perfezione il Mondiale della selezione rossocrociata. A scandirne il percorso sono stati dapprima frustrazione e incertezza, poi i pungoli declinati in critiche e panchina, giungendo infine alla quadratura del cerchio e trovando la reazione più importante.
La pressione, va da sé, rimane sulle spalle della Svizzera. E soppesando proprio la genesi e lo sviluppo del torneo, beh, è tutto fuorché un male. Commissario tecnico e leader sul rettangolo verde stanno dimostrando, una volta ancora, di nutrirsi soprattutto di aspettative e desiderio. Di traguardi ambiziosi ed ego. E poterlo fare appoggiandosi a fondamenta che, infine, risultano solide è quanto di più promettente. L’allenatore, in questo senso, potrebbe aver trovato definitivamente la formazione più affidabile. Un undici che all’effervescenza offensiva riesce ad affiancare la dedizione nel lavoro difensivo. Profili alla mano, non era scontato. E siamo curiosi di scoprire se Yakin, dopo tante scommesse, riconoscerà che, talvolta, si può avere la meglio anche giocando a carte scoperte.
Questa Nazionale, di certo, non può più nascondersi. Anche perché la casacca di favorita bisogna saperla indossare, il che non è avvenuto in tutti gli altri sedicesimi di finale. La Svizzera è invece riuscita a interpretare il ruolo con maturità e autorevolezza. Nel momento più opportuno. E con il cappellino indossato da Guy Parmelin che, idealmente, ha mostrato con semplicità, e senza prendersi troppo sul serio, la via da seguire. Che ne dice presidente: prolunghiamo il soggiorno a Vancouver?


