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L'editoriale

Il conto dei sogni arriva sempre

Dalla sera di martedì, quando il Gran Consiglio ha dato luce verde al compromesso temporale, inserendo un airbag finanziario per attuare le iniziative di cassa malati accolte a furor di popolo nel settembre dello scorso anno, è tutto un cantar vittoria
Gianni Righinetti
11.06.2026 06:00

Dalla sera di martedì, quando il Gran Consiglio ha dato luce verde al compromesso temporale, inserendo un airbag finanziario per attuare le iniziative di cassa malati accolte a furor di popolo nel settembre dello scorso anno, è tutto un cantar vittoria. Gioiscono gli iniziativisti leghisti perché i ticinesi potranno dedurre fiscalmente il premio che ogni mese ci prendiamo nei denti, mostrano il segno della vittoria i socialisti perché in Ticino si pagherà solo il 10% del reddito disponibile, ma sulla base del premio medio effettivo per plafonare a 150 milioni di franchi l’impatto massimo tollerato. Fanno festa i partiti della maggioranza che ha cassato la proposta dei loro rappresentanti della compagine governativa che mirava a trovare il margine finanziario per proseguire passo dopo passo secondo la gamba (molto corta) del nostro Cantone. Modus operandi troppo razionale per piacere ai sognatori della politica ticinese, forti della perizia di un costituzionalista che ha escluso la possibilità di vincolare l’entrata in vigore all’effettivo finanziamento. Sognare, ben si sa, non costa nulla. Così quel pacchetto (che un domani si potrebbe rivelare un grosso pacco) è stato spacchettato, ma dentro non si è trovato alcun regalo. La volontà popolare, sia ben chiaro, va rispettata. E in questo senso possiamo dire che l’esercizio politico può dirsi riuscito sull’arco temporale di 254 giorni, quelli trascorsi tra l’avallo sull’onda dei populismi di sinistra, di quelli di destra e il semaforo verde del Gran Consiglio. Rimane un «ma» enorme che ha ben descritto il presidente del Governo Claudio Zali interpretando il risultato raggiunto con un chiaro e inequivocabile realismo: «È come al ristorante. È bello ordinare se qualcun altro pagherà il conto». A pagare alla fine, in un modo e nell’altro, saremo sempre noi cittadini, perché il Cantone non stampa moneta e la politica, tanto prodiga nel trovare questo compromesso per mettersi una mostrina sulla giacca, non si muoverà con pari armonia per trovare risparmi o nuove entrate. Insomma: se da una parte è chiaro il «quando», con il principio leghista applicato dal 2028 e quello socialista con una prima tappa transitoria dall’anno prossimo e l’iniziativa a regime dal 2029, rimane la pesante incognita del «come». Ci dovrà pensare il Governo, il Governo che verrà, quello che vedrà debuttare un nuovo responsabile delle Finanze. Un ruolo a parole ambito da molti politici e partiti politicamente arrembanti, ma non sappiamo quanto coscienti della realtà dei fatti: niente franchi, niente miracoli. Che tu sia di destra, di sinistra o del centro. Ed è illusorio credere che basti cambiare una testa, mantenendo immutato il sistema, per raggiungere un altisonante risultato politico-finanziario.

La soluzione governativa non era di certo perfetta, speculava sull’avallo della rotta suggerita, ma era senz’altro più organica di quella che fa oggi tirare un fasullo sospiro di sollievo. C’è poco da stare allegri, men che meno sereni. Quelle parlamentari sono molto spesso promesse da marinaio, ma la prova dei fatti non è poi tanto distante. E non parliamo della legislatura che verrà, ma di quella in corso. Regola non scritta, ma puntualmente applicata, ci dice che nell’ultimo giro di giostra del quadriennio politico, si resta ben benino con le mani in mano, chiudendo gli occhi sul rosso dei conti, sull’esplosione del debito e su tutti quegli indicatori finanziari che si osservano con serietà solo quando non è intenso il profumo delle elezioni. Ecco perché presentare un Preventivo 2027 all’acqua di rose per compiacere l’elettorato personale e partitico sarebbe un passo falso. Al Consiglio di Stato compete il difficile compito di non guardare il calendario, ma solo le cifre, le proiezioni del Piano finanziario e sottoporre al Parlamento una rotta per l’anno che verrà realistica secondo le necessità. Non infarcita di buonismo della serie «qualcuno un giorno ci penserà». Solo con il suggerimento avanzato si potrà immaginare di rompere gli schemi sulla base delle regole del gioco vigenti per non ricadere nella routine di un futuro quadriennio che presenterà almeno un volto nuovo, ma nulla di realmente innovativo, perpetuando la routine.

Il tutto nella speranza che il suicidario metodo che abbiamo visto concretizzarsi con la sequenza di passi falsi sulla coppia di iniziative che mai avrebbe dovuto essere considerata tale, non conosca repliche fedeli. Altro che brindisi di gioia, oggi siamo ai piedi della scala di fronte all’arrendevole realtà di una politica ticinese irretita, incapace di tradurre compiutamente la volontà popolare in misure concrete, sostenibili e comprensibili, senza promettere più di quanto sia realisticamente possibile. Siamo sempre nel Paese dei Balocchi.