Il dopo Christine Lagarde e il futuro della BCE

Della presidenza di Christine Lagarde alla Banca centrale europea rischiano di rimanere nella memoria collettiva due frasi infelici, più che la sua azione sulla politica monetaria: «La BCE non è qui a chiudere gli spread», pronunciata all'inizio dell'emergenza Covid, a marzo 2020, e quella sulle tribù degli economisti, detta dal palco principale del WEF di Davos nel gennaio del 2024. «Molti economisti sono di fatto una cricca tribale... che non va oltre quel mondo perché si sente a proprio agio lì». Nel corso del medesimo intervento, la presidente della BCE aveva rincarato la dose, criticando aspramente i modelli econometrici ufficiali, accusando gli accademici di soffrire di una sindrome da «pensiero di gruppo che non funziona» (groupthink) e di avere una fede cieca in previsioni e formule matematiche matematicamente perfette, ma totalmente distanti dalla realtà. Aveva inoltre citato studi scientifici per far notare come gli economisti – in larga parte uomini – tendano quasi esclusivamente a citarsi a vicenda, alimentando un circolo chiuso e autoreferenziale. La frase fece enorme scalpore, anche perché fu pronunciata da chi non ha una formazione accademica in economia – Lagarde nasce infatti come avvocata – e scatenò malumori persino all'interno dello staff della stessa Banca centrale europea. Pochi giorni dopo, per smorzare le tensioni davanti al Parlamento europeo, la corresse con ironia, dicendo: «La mia massima aspirazione è diventare un giorno anch'io un membro di quella tribù».
Ma non è finita qua. A queste polemiche si aggiunsero le critiche per i ritardi nell'aumentare i tassi d'interesse per frenare le aspettative inflazionistiche e per aver sostenuto che l'aumento dei prezzi, nel 2021 e all'inizio del 2022, fosse transitorio. La responsabilità, in quel caso, non era della sola presidente della BCE, ma dell'intero comitato di politica monetaria, che sottostimava la persistenza dell'inflazione legata alla riapertura post-Covid e allo shock energetico della guerra in Ucraina. Molti analisti concordano sul fatto che la BCE abbia iniziato ad alzare i tassi d'interesse in ritardo (circa sei mesi dopo rispetto alla Federal Reserve americana), costringendo poi l'istituto a una successiva rincorsa, con i rialzi più rapidi e aggressivi della sua storia. Da segnalare anche lo scontento dei dipendenti dell'istituto monetario europeo. Tra il 2024 e il 2025, i sondaggi promossi dal sindacato interno della BCE hanno evidenziato una profonda spaccatura tra la presidente e lo staff. Oltre il 50% dei dipendenti ha giudicato l'operato della Lagarde «scarso» o «molto scarso», rimpiangendo la leadership tecnica del suo predecessore Mario Draghi. In particolare, il personale l'ha criticata per un'eccessiva attenzione all'autopromozione e a temi di rilevanza politica, a discapito del core business monetario, denunciando inoltre dinamiche interne poco trasparenti sui criteri di avanzamento di carriera. Ora si sono aperte le scommesse sulla sua successione. A chi toccherà guidare un istituto di emissione che decide la politica monetaria per 21 paesi diversi, accomunati soltanto dalla moneta, ma con storie economiche e «abitudini» nazionali molto diverse tra loro? Si va dall'Europa dell'Est, con la Bulgaria appena entrata, ai paesi mediterranei come Cipro e Malta, fino all'asse franco-tedesco. La BCE è di fatto l'erede della Bundesbank tedesca, che dell'ortodossia monetaria e della lotta all'inflazione ha fatto il suo segno distintivo. Con la moneta unica, economie variegate, con tassi d'inflazione e approcci fiscali e di bilancio diversi, sono costrette ad accettare un'unica politica monetaria. Se alla Francia, per citare la seconda economia europea, alle prese con una crisi finanziaria storica, in questo momento può essere utile un allentamento monetario, non lo è per la Germania, storicamente più sensibile all'aumento dei prezzi. Ma questi sono i difetti di costruzione di un'area monetaria non ancora ottimale, che potrebbero essere corretti con riforme attualmente non all'ordine del giorno. L'emissione di debito comune tra i paesi dell'Eurozona potrebbe essere una soluzione, che però incontra la contrarietà dei cosiddetti «frugalisti», ovvero delle economie del Nord Europa più scettiche – per usare un eufemismo – all'idea di unire il proprio destino finanziario a quello dei paesi mediterranei, meno rigoristi. Nel futuro di Lagarde ora potrebbe esserci la presidenza del World Economic Forum. Il consiglio del WEF potrebbe votare la sua nomina a brevissimo. Se confermata, Lagarde diventerebbe la prima donna a presiedere il Forum di Davos, aggiungendo un altro primato alla sua carriera dopo quelli al Fondo monetario internazionale, tra il 2011 e il 2019, e alla BCE.
Christine Lagarde ha però alle spalle anche una prestigiosa carriera politica, pur non avendo mai affrontato un'elezione al Parlamento francese. È stata nominata nel 2005 ministro del Commercio estero sotto la presidenza di Jacques Chirac e poi, dal 2007 al 2011, ministro delle Finanze. Alla presidenza della Repubblica c'era Nicolas Sarkozy. Forte di questa esperienza e della guida della BCE, c'è chi specula su un suo ritorno in politica. Lagarde lascerà la BCE il prossimo 7 febbraio, in tempo, teoricamente, per candidarsi alla presidenza della Repubblica francese o per dare un forte endorsement al candidato moderato Edouard Philippe, così da fare da argine all'avanzata della destra sovranista di Marine Le Pen. L'uscita di scena anticipata a febbraio potrebbe però essere soltanto un modo per permettere la scelta del suo successore alla BCE prima del voto francese di aprile, che potrebbe invece rimescolare le carte a favore dell'estrema destra. Un modo, insomma, per mettere al riparo la prima istituzione monetaria europea dall'eventuale avvento dell'estrema destra francese.


