Cerca e trova immobili
L'editoriale

Il dumping e la proposta che sfida il buon senso

La vera lotta contro il dumping non si vince con un’ondata di burocrazia come propone il Movimento per il socialismo
Gianni Righinetti
26.02.2026 06:00

C’è un classico, nella politica cantonticinese, che torna come un disco rotto: quando le idee scarseggiano si pesca nell’armadio dei ricordi e si tira fuori la (sedicente) iniziativa «salvifica». Anche stavolta, in perfetto stile Movimento per il socialismo (MpS) la botta di genio ha un nome tutto muscoli e zero lungimiranza: «Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!» (con tanto di doppio punto esclamativo). Un testo che tenta di trasformare una realtà complessa, e ben diversa da quella semplicisticamente scarabocchiata come Far West ticinese, in un immancabile nemico da combattere a suon di ispettori e registri obbligatori di contratti. Ma al di là del titolo suggestivo, energico, e delle emozioni facili, cosa c’è realmente nel testo? È una proposta seria o un contenitore di illusioni che rischia di spezzare la fiducia? È bene dirlo chiaramente: il no non nasce da indifferenza verso i salari bassi o la dignità dei lavoratori, semmai da una lucidità che definire razionale è un eufemismo. In Ticino si effettua già un controllo meticoloso, in questo non siamo secondi a nessuno. Sono fatti documentati, non parole al vento. E qui veniamo al nocciolo della questione: la proposta dell’MpS è sproporzionata. Non affronta i problemi reali, ma li trasforma in un alibi per espandere il controllo dello Stato fino alle viscere del mercato del lavoro. Obbliga tutti i datori di lavoro, dall’artigiano all’azienda internazionale, passando dal ristorante familiare, a notificare ogni singolo contratto. Generando così un apparato burocratico centrale, un metodo vessatorio che non solo aggiunge carta e costi, ma di fatto crea un Grande Fratello, un mostro burocratico. E non ci si illuda: il costo, anche nella versione più gentile ed ottimistica, non è marginale. Si parla di centinaia di migliaia di notifiche l’anno, decine di migliaia di contratti da scandagliare, e dell’assunzione di una cinquantina di nuovi funzionari pubblici il cui unico compito sarebbe quello di verificare dati e numeri. È in questo contesto che si capisce quanto fuorviante sia la retorica di chi sostiene che «più controlli equivalgono a più salari alti». Non c’è alcuna relazione diretta, solo una distorsione ideologica che sfocia nel fanatismo. Nessuna statistica convincente mostra che l’introduzione di un registro onnicomprensivo e di nuovi ispettori generi automaticamente aumenti salariali o condizioni di vita migliori. Il presupposto, tanto comodo quanto fuorviante, è che tutti i datori di lavoro siano pronti a violare la legge se solo non si sguinzaglia qualcuno per guardarli con la lente d’ingrandimento. È come dipingere gli imprenditori come truffatori in potenza. È una visione miope, ingiusta, scorretta e, alla lunga, pericolosa per l’economia del Cantone e per il nostro tessuto economico e sociale. È letteralmente sfiducia preventiva che non giova a nessuno.

Il vero problema non è neanche la logica interna della proposta, che già sarebbe sufficiente per rigettarla, quanto il segnale politico che sottende: uno Stato che non si fida, cittadini e imprese incapaci di rispettare le regole senza un controllore fisso alle spalle; economia come un nemico da sorvegliare piuttosto che un alleato da coltivare. Una simile visione è pervasa da un populismo di bassa lega che, sotto la patina di difesa dei lavoratori, cela un desiderio di espansione burocratica fine a sé stessa. Paradossale è poi l’ardire di vantarsi di generare nuovi posti statali con questa iniziativa. Tutto questo non giova a nessuno, neppure allo Stato, sotto la pressione dei risparmi e presto anche nella morsa dell’iniziativa popolare «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali». A sinistra e all’interno di alcune forze sindacali c’è una corrente che spinge, senza alzare la voce, per un no a questa idea estremista. E questo elemento deve farci riflettere e ragionare, è un chiaro segnale che il sì porterebbe a una dannosa distorsione. In primis sarebbe un colpo basso al caposaldo del partenariato sociale, una conquista che, in nome di una miope ideologia, verrebbe distrutto per vana e illusoria gloria di una vittoria elettorale. Il Ticino ha già strumenti di controllo e meccanismi di sorveglianza del mercato del lavoro che funzionano e che operano anche grazie al partenariato sociale, capace di mettere attorno a un tavolo autorità, datori di lavoro e sindacati, anziché sostituirli con un ufficio pieno di timbri e regole fisse.

La vera lotta contro il dumping non si vince con un’ondata di burocrazia, ma con strategie intelligenti: promuovere contratti collettivi di lavoro moderni e adeguati, incentivi alla formazione e alla specializzazione, investimenti nell’attrattività del territorio per lavori qualificati che pagano salari dignitosi. Il dumping non è un fenomeno da misurare con una lente d’ingrandimento deformante, ma da affrontare con politiche economiche e sociali coerenti. Per questo, il no all’iniziativa MpS non è un rifiuto ideologico del progresso sociale o della tutela dei lavoratori. È un invito alla lucidità, alla responsabilità e all’onestà intellettuale. Non basta gridare «combattiamo il dumping» per risolvere i problemi reali; non serve imporre nuove catene all’economia. Votare no vuol dire sì a un Ticino che crede nella fiducia, nella cooperazione e nella misura, non nello Stato onnipresente, onnisciente e «onniburocrate».