Il franco è un sintomo del disordine mondiale

C’è un riflesso quasi «pavloviano» che sui mercati finanziari non cambia mai: quando aumenta l’incertezza, il capitale cerca protezione. E in questa fase di volatilità globale, il rifugio ha ancora due nomi precisi: franco svizzero e yen giapponese. E oro, ovviamente.
Il mercato delle valute - spesso percepito come distante dall’economia reale - è in realtà uno dei termometri più sensibili degli equilibri geopolitici e monetari. I movimenti di queste settimane raccontano una storia chiara: la centralità del dollaro non è (ancora) in discussione, ma la sua forza non è più incontestata. Politiche di bilancio espansive (aumento della spesa pubblica e sgravi fiscali senza copertura) e una politica commerciale protezionista non aiutano di certo. Il dollaro gode da sempre del cosiddetto «privilegio esorbitante». Si tratta di un vantaggio unico di cui godono gli Stati Uniti grazie al ruolo del dollaro come principale valuta di riserva mondiale. Questo privilegio consente a Washington di finanziare un deficit elevato, mantenere i tassi d’interesse bassi e stampare moneta, poiché il mondo acquista, anche per mancanza di alternative concorrenti, titoli del Tesoro USA in grandi quantità.
Negli ultimi anni il biglietto verde ha beneficiato quindi di una combinazione potente: crescita economica relativamente robusta e tassi d’interesse più elevati rispetto a Europa e Giappone. Questo differenziale ha attirato capitali verso gli Stati Uniti, sostenendo il dollaro.
Oggi, però, il mercato guarda avanti. Ogni dato sull’inflazione, ogni segnale proveniente dalla Casa Bianca o dalla Federal Reserve viene interpretato in chiave prospettica: quando aumenta la probabilità di un allentamento monetario, il dollaro tende a perdere terreno. Non è un crollo strutturale, ma una progressiva erosione della rendita di posizione costruita negli anni scorsi. In questo contesto il franco è tornato a rafforzarsi. Non per una manovra clamorosa della Banca nazionale svizzera, ma per una scelta degli investitori e una serie di meccanismi automatici legati all’uso della valuta elvetica nell’ambito del carry trade: ci si indebita in franchi e si investe in dollari o euro sfruttando il differenziale dei tassi d’interesse tra le due aree monetarie. Nel momento in cui il franco si rafforza, questa convenienza viene meno e si attivano le vendite di dollari o euro per ricomprare franchi. Questo accelera il rafforzamento del franco sulle principali valute internazionali.
I motivi dell’appeal verso la Svizzera sono arcinoti e sempre validi: offre tre elementi che, nei momenti di incertezza, diventano determinanti: stabilità istituzionale, finanze pubbliche solide e inflazione sotto controllo. È un mix raro. E quando i mercati diventano nervosi, la domanda di franchi aumenta quasi automaticamente.
Per il Ticino e per l’economia svizzera il franco forte è però un’arma a doppio taglio. Protegge il potere d’acquisto interno e contribuisce a contenere l’inflazione importata, ma pesa sugli esportatori e sul turismo. Ogni apprezzamento della valuta è, in sostanza, un test di competitività per le imprese che devono limare i costi e aumentare la produttività per poter vendere i loro prodotti sui mercati esteri. Non siamo però in una situazione come quella dell’estate del 2011 quando la Banca nazionale svizzera fissò una soglia di 1,20 per un euro. Allora il crollo della moneta unica europea fu quasi repentino. In questo periodo la BNS osserva. Interviene solo se i movimenti diventano disordinati. Ma il rafforzamento attuale appare più frutto di dinamiche globali che di scelte domestiche. Insomma, è l’esito del nuovo ordine voluto dalla Casa Bianca.


