Il franco per ora è uno scudo contro l'inflazione

La guerra in corso tra gli Stati Uniti e Israele contro l'Iran rappresenta una sfida significativa per l'economia mondiale, compresa quella svizzera. Come sempre, si sa come le guerre iniziano, ma non si sa come finiscono. Una cosa, però, è certa: costano migliaia di vite umane e decine di miliardi di dollari in armi e infrastrutture distrutte. Inoltre, aumentano i rischi geopolitici di un allargamento del conflitto e il ritorno di fiammate inflazionistiche attraverso i canali energetici, valutari e congiunturali complessi. Sebbene la Svizzera abbia legami commerciali marginali con l'Iran e il Golfo Persico, l'impatto della crisi colpisce l'economia elvetica principalmente attraverso l'aumento dei prezzi energetici globali. Attualmente il franco forte fornisce una protezione temporanea dall'inflazione importata, ma questa difesa potrebbe indebolirsi se il conflitto si protraesse oltre i prossimi mesi, con conseguenze significative per i tassi ipotecari, la competitività delle esportazioni e la stabilità economica generale.
Il canale principale attraverso il quale la guerra in Iran impatta l'economia svizzera è quello energetico. Lo Stretto di Hormuz, attraversato quotidianamente da circa 80 petroliere e gasiere che trasportano 15 milioni di barili di petrolio al giorno, rappresenta un collo di bottiglia critico per gli approvvigionamenti globali. Il blocco, di fatto, dello stretto, conseguente ai bombardamenti e alle minacce di chiusura, ha determinato rialzi significativi nei prezzi del greggio, che hanno superato i 100 dollari al barile nella settimana iniziale del conflitto, attestandosi intorno a 89–92 dollari in questi giorni.
L'aumento dei prezzi del petrolio ha effetti a cascata sulla filiera economica, non limitandosi all'energia grezza. Gli analisti sottolineano che ogni aumento di 10 dollari nel prezzo del petrolio si traduce in un rialzo dell'inflazione dello 0,5% a livello globale. In uno scenario intermedio in cui il prezzo del petrolio raggiungesse i 90 dollari al barile, l'inflazione svizzera potrebbe subire una pressione addizionale dello 0,4–0,5%. Gli ultimi dati ufficiali sui prezzi al consumo mostrano che l'inflazione è rimasta estremamente contenuta, rispettivamente a +0,1% annuo, con una diminuzione mensile dello 0,1% a gennaio e un aumento dello 0,6% mensile a febbraio. Tuttavia, questa stabilità riflette principalmente l'assenza, finora, di trasmissione completa degli shock petroliferi sui prezzi domestici e la protezione fornita dal franco forte, e non l'assenza di pressioni inflazionistiche globali. In ogni caso la protezione valutaria è temporanea: se il conflitto dovesse protrarsi a lungo, il franco continuerebbe ad apprezzarsi, ma gli effetti deflazionistici della rivalutazione della valuta potrebbero essere vanificati da pressioni inflazionistiche più ampie provenienti dal caro energia, dai costi di trasporto, d'assicurazione e di logistica. Una situazione che abbiamo conosciuto nel 2022 con la guerra in Ucraina e i colli di bottiglia della catena di fornitura globale sollecitati dalla ripresa post‑Covid.
L'apprezzamento continuo del franco — come mostra un'analisi di Moneypark — favorirebbe un'inversione di tendenza nei tassi di interesse ipotecari, in particolare per le scadenze a lungo termine come i tassi decennali, che potrebbero aumentare. In questo contesto, Federal Reserve e BCE potrebbero essere costrette ad alzare i tassi per contrastare l'inflazione crescente, una mossa che la Banca Nazionale Svizzera potrebbe essere obbligata a seguire a breve distanza. Attualmente la BNS mantiene il tasso guida allo zero dal 20 giugno dello scorso anno e le analisi degli economisti suggeriscono tassi stabili per tutto l'anno. Anche questa previsione, tuttavia, dipende dalla durata del conflitto. E dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.


