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L'editoriale

Il futuro assetto tra pubblico e privato

Mondo dei media: dopo il «no» a «200 franchi bastano» si apre la partita per la futura concessione
Gianni Righinetti
10.03.2026 06:00

Le votazioni popolari hanno una virtù semplice e brutale: i voti si contano, non si pesano. Vale anche dopo il verdetto sull’iniziativa «200 franchi bastano». Il popolo svizzero ha detto no. Il popolo ticinese ha detto diversamente no con una sensibilità propria. Ma la sostanza resta quella: l’iniziativa non passa e il servizio pubblico radiotelevisivo resta in piedi. Attenzione però a non scambiare questo no per una licenza di continuare come prima. Non lo è. Non lo è per la SSR, non lo è per la RSI e non lo è per l’intero sistema mediatico. Gli elettori non hanno votato per un drastico ridimensionamento. Ma non hanno nemmeno votato per lo status quo. L’ora del cambiamento è scoccata e le misure di risparmio sono già state pianificate, anche alla luce del progetto «Enavant». Indietro non si torna. Non si può tornare. Il messaggio uscito dalle urne è molto più sottile di quanto qualcuno vorrebbe raccontare. Non è la difesa acritica di tutto ciò che oggi fa la SSR. È piuttosto un invito a cambiare senza distruggere, a riformare senza smantellare. In questo senso sono state sagge e politicamente intelligenti le parole del consigliere federale Albert Rösti. Parole che meritano attenzione, anche perché arrivano da chi era stato tra i promotori delle iniziative per ridurre il canone. Da ministro però ha fatto ciò che la politica elvetica, quando è ben esercitata, dovrebbe sempre fare: costruire un compromesso senza prestarlo al tritacarne delle urne. Letteralmente geniale. Il passaggio graduale a un canone di 300 franchi con orizzonte 2029 è probabilmente la mossa più abile scaturita da questa partita. Un segnale chiaro di contenimento dei costi, ma senza mettere in ginocchio il sistema. È plausibile che anche questo compromesso in prospettiva abbia contribuito a disinnescare l’iniziativa più radicale. Anche in Ticino, dove le oltre 30.000 firme raccolte da UDC e Lega avevano creato un’onda politica non trascurabile. Ma Rösti ha detto qualcosa di ancora più importante: il no popolare non deve impedire di ripensare l’evoluzione del servizio pubblico. È qui che si giocherà la fase decisiva della partita. Nei prossimi mesi dovrà essere rivista la concessione, e non sarà un passaggio tecnico o burocratico. Sarà un passo politico e strategico decisivo per il futuro del sistema mediatico svizzero. Il Consiglio federale ha già mostrato di voler agire. In un certo senso anche di voler rimettere in riga una SSR che arriva da un passato arrogante e tracotante. Ed è forse questo il lato paradossalmente positivo di un’iniziativa che molti hanno definito estrema: aver fissato un’asticella e aver indicato una direzione. Non c’è alternativa, il servizio pubblico deve evolvere e questa evoluzione non riguarda solo la SSR. Per troppo tempo si è coltivato un fraintendimento di fondo: che il servizio pubblico coincida esclusivamente con l’azienda pubblica. Non è così. Non è mai stato così anche se andava di moda dirlo e guai a chi formulava obiezioni. Il servizio pubblico lo fanno anche i media privati. Lo facciamo ogni giorno da queste colonne. Lo fanno anche le emittenti radiotelevisive del Gruppo Corriere del Ticino, Radio3i e Teleticino, realtà radicate e presenti nel tessuto mediatico-sociale cantonale. Proprio per questo, come ha saggiamente sottolineato il direttore delle due realtà Sacha Dalcol, ha lasciato più di un fastidio l’uso strumentale che alcuni ambienti degli iniziativisti hanno fatto dei media privati durante la campagna. L’idea secondo cui tutto potrebbe funzionare solo con i privati è stata sventolata come uno slogan utile alla battaglia politica del momento. Peccato che molti di quegli stessi ambienti, nel 2022, si fossero opposti all’idea di sostenere proprio quei media privati che oggi improvvisamente celebrano. Una memoria selettiva che non brilla per eleganza. Ma qualche riflessione dovrebbe farla anche il fronte del no. In certi momenti accecato da una narrazione quasi sacrale dell’unicità della SSR-RSI. Come se l’ecosistema mediatico svizzero fosse composto da un solo attore. La realtà è diversa. E lo si capisce bene oggi, quando gli stessi difensori della SSR aprono alla necessità di discutere la nuova concessione riconoscendo implicitamente che i media privati hanno un ruolo. Un ruolo che conta. La SSR non potrà fare tutto, delle scelte s’imporranno. E proprio per questo l’idea di un tavolo di lavoro per rafforzare il sistema mediatico nel suo complesso è più che benvenuta. Ma il confronto dovrà essere onesto e idealmente paritario. Ognuno consapevole dei propri mezzi, delle proprie responsabilità e anche dei propri limiti. Solo così si potrà costruire un sistema mediatico equilibrato. Solo così si potrà evitare che tra qualche anno si riaffacci un nuovo attacco frontale al servizio pubblico. Perché il servizio pubblico è davvero un patrimonio comune. Ma per restare tale deve essere capace di cambiare. Davvero.

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