Il progresso tecnologico, se è tale, dovrebbe migliorare il lavoro

Il primo lancio pubblico di ChatGPT, l’applicazione di intelligenza artificiale più nota, è avvenuto appena tre anni e mezzo fa, nel novembre 2022. Da allora sembra sia passata un’eternità. L’intelligenza artificiale (IA), lo si è capito fin da subito, è arrivata per rimanere e per rivoluzionare ancora di più il modo di lavorare, studiare, produrre e consumare. È una tecnologia, insomma, che ha accelerato in modo esponenziale il processo di digitalizzazione dell’economia in atto da anni, creando un prima e un dopo. Pensare a un mondo senza IA può suscitare un sentimento di nostalgia per chi ha qualche decennio sulle spalle, che ricorda quando le tesi di laurea o i più semplici articoli di giornale si scrivevano con una vecchia macchina da scrivere e venivano corretti con il Tipp-Ex. Ma è praticamente impossibile tornare indietro o arrestare il processo di digitalizzazione dell’economia, che ha ridotto molto - se non eliminato del tutto - gli intermediari fisici e istituzionali in tantissimi campi. Basta pensare ai servizi finanziari, al commercio online, al turismo e all’informazione quotidiana e periodica; per non parlare di quanti eventi sportivi e film si acquistano su piattaforme in streaming senza più passare da uno specifico spazio di aggregazione (lo stadio o la vecchia sala cinematografica) o da un supporto fisico come una videocassetta o un CD.
I nostalgici si rassegnino: non si stamperà più l’Enciclopedia Britannica - fuori catalogo dal 2014 - e nemmeno la Treccani, ancora disponibile per amatori in eleganti edizioni limitate in copertina di pelle, tornerà a prendere polvere sugli scaffali domestici. Questo non significa che si sia rinunciato al sapere o alla cultura generale; se ne fruisce, si spera, in modo diverso e in forma digitale. Le conseguenze principali della rivoluzione digitale sono state soprattutto di tipo economico e sociale. Riducendo il numero degli agenti nella catena del valore, ha contribuito ad abbattere i costi di transazione e ad aumentare l’accesso diretto a determinati servizi per un numero crescente di persone. Ha però anche accresciuto la precarietà lavorativa e trasferito potere ai colossi tecnologici statunitensi che dominano il mercato e i listini finanziari con quotazioni stellari.
A dare una spinta ancora più forte alla rivoluzione digitale in atto da almeno quattro decenni è ora l’intelligenza artificiale, che rischia di accentuare ancora di più la sensazione di precarietà lavorativa e non solo. La scorsa settimana il settimanale britannico The Economist ha dedicato la storia di copertina alle tensioni sociali che l’IA potrebbe generare nel mondo del lavoro, tanto da suggerire di rivedere i sistemi di welfare alla luce di queste innovazioni tecnologiche. È vero che, nella quotidianità non lavorativa di molti, l’IA ha un uso quasi ludico o poco più: dalle richieste per creare immagini artefatte alle previsioni del tempo di domani o del mese prossimo, fino ai consigli di viaggio o alla domanda su quale taglio di capelli sia più adatto al proprio viso. Questa tecnologia sta diventando sempre più presente nel mondo del lavoro e della scuola. Basta chiedere a un docente di liceo o universitario quanto spesso si trovi a confrontarsi con tesine e testi completamente generati da sistemi di intelligenza artificiale, usati non come supporto per studiare meglio, ma come scorciatoie facili per superare un esame o una verifica. Probabilmente si tratta di casi estremi, e presto si insegnerà nelle scuole a usare queste applicazioni in modo critico, senza perdere il contatto con la realtà e con quella sensibilità e cultura che resteranno caratteristiche esclusivamente umane.
In ogni caso, questa tecnologia è sempre più presente anche nelle imprese svizzere. Secondo uno studio di UBS, che ha coinvolto 2.500 aziende (cfr. articolo in pagina), un terzo di queste dichiara di impiegare l’IA in modo regolare. L’uso è ovviamente più importante in contesti quali l’informatica, la comunicazione, i servizi finanziari e l’industria farmaceutica. Si tratta di ambiti in cui si è portati più facilmente ad adottare e accettare una nuova tecnologia, soprattutto in funzione dell’aumento della produttività e della diminuzione dei costi. Il discorso cambia nei comparti con un minore grado di digitalizzazione e minore taglia, che vedono l’IA come un rischio anche esistenziale. Non si può frenare il progresso tecnologico, se è tale. Lo si deve però governare a beneficio di tutti con trasparenza, formazione e regole chiare per le big tech.


