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L'editoriale

Il pugno duro senza un dopo

Il Consiglio di Stato vuole, ancora una volta, forzare la mano: stop ai ristorni dei frontalieri, quei milioni non dovranno più attraversare la frontiera
Gianni Righinetti
13.05.2026 06:00

Il Consiglio di Stato vuole, ancora una volta, forzare la mano. Stop ai ristorni dei frontalieri: milioni che non dovranno più attraversare la frontiera per finire a Roma (che ne tratterrà una parte) per redistribuire poi il resto ai Comuni di confine. Per quelle realtà sono ossigeno puro. Per il Ticino pure, e diventano, di nuovo, una leva politica. Non è la prima volta. Il precedente del 2011 pesa come un macigno. Allora il grimaldello fu azionato per uscire dallo stallo sull’accordo fiscale di doppia imposizione e dall’accerchiamento delle blacklist italiane. Fu un putiferio politico. Marco Borradori e Norman Gobbi tirarono dritto. Decise tutto il voto di Paolo Beltraminelli, rientrato in fretta dalla Sardegna per firmare il 3-2 (contrari Laura Sadis e Manuele Bertoli). Oggi, a differenza di allora, i numeri per bloccare o congelare ci sono già. Non serve inseguire, su una spiaggia italiana, voti all’ultimo minuto. Eppure la domanda centrale resta sospesa, senza una risposta chiara, inequivocabile, convincente: perché? Le letture si moltiplicano e si intrecciano, ma nessuna scioglie davvero il nodo. Sullo sfondo c’è la controversa «tassa sulla salute» d’ispirazione lombarda. E una questione dirimente: viola o non viola gli accordi internazionali tra Svizzera e Italia? Se la risposta fosse un sì netto, allora la ritorsione avrebbe un fondamento politico e giuridico. Se invece fosse no, si aprirebbe uno scenario ben diverso: un’azione senza copertura, una figuraccia istituzionale, un boomerang destinato a colpire il Ticino con forza. Idem se ci trovassimo in una zona grigia. C’è poi un’altra chiave di lettura: colpire Berna. Il bersaglio sarebbe la perequazione finanziaria che penalizza il Ticino e che il Consiglio federale si rifiuta di rivedere. Ma agire così significa sparare nel mucchio. E non è un caso che le voci più lucide emerse in questi giorni tra i deputati ticinesi alle Camere federali, al di là dell’appartenenza partitica, abbiano indicato la via della prudenza.

Il rischio di un cortocircuito istituzionale è tutt’altro che teorico. Ma a gettare benzina sul fuoco è lo stesso Governo, il medesimo che predica alla politica e ai cittadini, responsabilità. Prima tramite la cautela di Christian Vitta. Poi la determinazione, ben più marcata, di Norman Gobbi. Infine, negli scorsi giorni, con l’uscita di Claudio Zali, presidente del Consiglio di Stato, con toni inediti, da capopopolo più che da uomo di Governo. Un intervento duro, che ha infilato nello stesso calderone la vertenza fiscale, le tensioni istituzionali seguite al rogo di Crans-Montana e le esternazioni dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado. Un minestrone dell’indignazione facile. Le parole, in politica, non sono mai neutre. E quelle pronunciate domenica rischiano di produrre un effetto preciso: trasformare il Ticino nel braccio armato della Confederazione contro l’Italia, nel mezzo di una fase già delicata, con i media italiani pronti a soffiare sulla brace ogni giorno. Davvero è questo l’interesse del Cantone? La domanda resta lì, senza risposta. Più facile, invece, intravedere il riflesso di una campagna elettorale ormai permanente, cantonale e partitica.

Un tempo era Gobbi a muoversi su questi terreni con la forza di un 4x4 senza rallentare. Oggi Zali sembra voler occupare lo stesso spazio, rilanciando. Gli esempi si accumulano: stop ai radar, riforma della nomina dei magistrati, ora la sfida trasversale tra Ticino, Berna e Roma. Una linea che punta allo scontro, ma che fatica a spiegare dove intenda arrivare.

Il blocco dei ristorni, indipendentemente dalle posizioni di Raffaele De Rosa e Marina Carobbio, appare destinato a concretizzarsi. I numeri ci sono. Ma governare non è semplicemente contare i voti o raccogliere applausi da una parte della popolazione che vede in questa mossa una prova di forza, un gesto di «celodurismo» contro Berna e contro l’Italia. Il 2011 dovrebbe insegnare qualcosa. Sostenere che l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri sia nato da quella pressione è, semplicemente, una ricostruzione di comodo. Furono molti i fattori che portarono al risultato. E quando si sceglie la linea dura, occorre avere già pronte le mosse successive. Qui, quelle mosse non si vedono. Manca una strategia. Manca una direzione. E soprattutto manca una risposta chiara alla domanda più semplice e nel contempo più scomoda: chi si vuole colpire davvero e perché?

Perché, allo stato attuale, il rischio è uno solo. Inimicarsi Roma. Irritare Berna. Alienarsi i Comuni di confine. Restare soli. Un Ticino contro tutti non è una strategia. È un errore.