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L'editoriale

Il valore dell’arte al tempo dell’artificio

La cultura dell’umano è fatta, fin dai suoi albori, di immaginazione e l’immaginazione e la fantasia non si potranno mai meccanizzare o automatizzare
Matteo Airaghi
Matteo Airaghi
22.07.2026 06:00

L’inquinamento della ragione, come mirabilmente Leone XIV ha definito il grande male del nostro tempo, passa anche da tanti silenzi, da colpevoli omissioni, da profili volutamente bassi e da imbarazzate contraddizioni, sulle quali sarebbe meglio per tutti non soffermarsi troppo a lungo: anche perché rivelare al mondo che il re è nudo potrebbe costringerci a tornare a pensare e, suvvia, sappiamo bene che adesso c’è qualcosa che può finalmente liberarci da questo faticoso impiccio. Prendiamo ad esempio la generale indifferenza con la quale sono stati accolti i dettagli, diffusi già in primavera dal Washington Post, del «Project Panama», una misteriosa operazione occulta che già dal nome evoca sinistre analogie con fantomatici precedenti, come il Dossier Odessa, l’Operazione Gemstone (quella del Watergate) o ancora l’Operazione Gunnerside che privò i nazisti della bomba atomica. Per essere piu chiari, stiamo parlando del progetto con cui un colosso globale dell’Intelligenza Artificiale nel 2024 ha distrutto con una «macchina da taglio idraulica» per «sezionare con precisione» circa due milioni e mezzo di copie di libri di ogni genere (provate a immaginare due milioni e mezzo di libri di carta, con le parole stampate, i titoli, le copertine, le rilegature…) per cominciare a «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo» insegnando ai bot «come scrivere bene» invece di imitare il «linguaggio di bassa qualità di internet». Un meccanismo inquietante che, mostruose violazioni dei diritti d’autore a parte, una volta di più rivela e dimostra inequivocabilmente come questa mirabolante soluzione a tutti i problemi dell’umanità non solo continui ad avere bisogno dei libri ma soprattutto che anche quando la definiamo pomposamente «generativa» non genera in realtà nulla che l’umanità già non conosca e che da qualcuno non sia già stato messo nero su bianco. Ed ecco spiegate le reticenze dei padroni del vapore digitale che, come illusionisti e prestigiatori ottocenteschi, tengono in pugno il pubblico (pagante, eccome se pagante) solo fintanto che il trucco non viene svelato e la magia infranta. Brutto sentirsi ripetere che l’IA sa soltanto quello che si sa già. Antipatico ricordare che l’IA non sa e non potrà mai sapere quello che ancora non c’è. E persino fastidioso e retrivo umilmente obiettare che il mondo e la cultura vivono di intuizioni di quello che non c’è. Altrimenti rimane solo la palude ingannevole dell’artificio che finge di creare mentre semplicemente attinge ad un infinito e rutilante database. E proprio di questo si occupa l’acutissimo saggio dell’intellettuale canadese Jean-François Martel ora disponibile in una nuova edizione, la prima uscì nel 2015, anche in italiano per Neri Pozza con il titolo illuminante Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio. Esperto di arte e di filosofia dell’arte, l’autore dimostra quanto sia pericolosa la proliferazione dell’IA generativa progettata per produrre opere d’arte, siano esse quadri, libri, musica o film. L’IA che viene spacciata come generativa è interamente retrospettiva e combinatoria: vede solo ciò che è stato e può solo riconfigurare elementi che già esistono e non mira a creare arte, ma a fabbricare oggetti che noi, come clienti, «consideriamo arte». Come spiega esemplificando Martel, «se una macchina vittoriana progettata per produrre dipinti a olio, il giorno della sua inaugurazione nel 1870, avesse sfornato solo Mark Rothko, Alma Thomas e Jean-Michel Basquiat, il pubblico avrebbe riso e cacciato l’inventore dalla sala. Solo una macchina in grado di realizzare opere già riconoscibili all’epoca come arte - dipinti rinascimentali, preraffaelliti, forse una o due opere impressioniste - sarebbe stata considerata un successo». Ed ecco tutta la fondamentale differenza tra arte e artificio che troppi interessi globali convergenti hanno interesse a smussare e a minimizzare sperando che molto presto ce ne dimenticheremo dal tutto. La cultura dell’umano è fatta, fin dai suoi albori, di immaginazione e l’immaginazione e la fantasia non si potranno mai meccanizzare o automatizzare. E solo fin quando capiremo che il più rudimentale scarabocchio umano avrà più valore, come testimonianza del Reale, della più perfetta immagine creata da un algoritmo potremo ancora sentirci davvero liberi.