La giungla dei social travolge i politici

Tra politica (anche ticinese) e social qualcosa si è rotto. O forse è solo caduta l’illusione: quella della vetrina mondiale dove il politico può mostrarsi come preferisce, ricevendo consenso senza pagare dazio, parlando e promuovendosi ai cittadini senza più passare da domande, repliche e contraddittorio. Instagram e Facebook hanno promesso il filo diretto. Hanno consegnato una piazza senza controllo, dove troppo spesso la libertà viene scambiata per licenza incondizionata e la critica per una gara a chi colpisce più in basso. Recentemente, dopo molti altri, anche Greta Gysin lo ha sperimentato sulla propria pelle dopo avere annunciato la candidatura al Consiglio di Stato per il 2027. Sia ben chiaro: si può ritenere la candidatura sbagliata, fragile, ambiziosa o persino dannosa. Si possono contestare il partito, l’alleanza e le idee. È il gioco della democrazia. Ma quando il confronto abbandona la scelta politica e si accanisce sulla persona, con insulti e insinuazioni, il gioco finisce. Resta soltanto la cattiveria. La differenza non è sottile. Una critica attacca una decisione, un programma, una frase pronunciata in pubblico. L’insulto cerca invece il corpo, la famiglia, la vita privata e la dignità della persona. E chiamarlo «opinione» non lo nobilita. È soltanto un modo per evitare di pronunciare la parola giusta. Una parola che vale per chiunque, donne e uomini, anche se sulle donne il conto si rivela spesso più salato. Lo raccontano le reazioni emerse in Ticino sul sessismo digitale e sulla violazione della privacy. Nel 2025 il caso Phica.net ha mostrato che anche donne ticinesi potevano finire in una sezione dove immagini, spesso prelevate dai social, venivano condivise senza consenso e commentate in modo degradante. Non è il lato pittoresco della rete. È una forma di violenza e come tale va trattata. Una donna che entra nello spazio pubblico viene ancora giudicata attraverso la sessualità, l’aspetto, il tono, la simpatia. Un uomo scomposto è spesso un combattente; una donna scomposta diventa, nelle migliori delle ipotesi, un’isterica. Lui è diretto, lei è arrivista. Lui ha carattere, lei è insopportabile. Il sessismo non vive solo nelle frasi più luride, vive anche nella scorciatoia con cui si decide chi merita di essere ascoltato e chi deve essere rimesso al proprio posto. Sarebbe però un errore definire sessista ogni critica rivolta a una donna. Il dissenso deve rimanere possibile, anche quando è scomodo e ingeneroso. Ma il dissenso non ha bisogno di umiliare e degradare per manifestarsi.
Il politico grazie ai social ha deciso di schivare il più delle volte la mediazione giornalistica. Imperfetta, certo, ma con qualcuno che pone domande, interrompe, chiede conto. C’è chi si illude che basti un reel: si sceglie l’inquadratura, si rifà la frase, si mette la musica e ci si consegna al pubblico come un prodotto finito autopromozionale all’eccesso. Il politico diventa l’addetto stampa e il regista di sé stesso, senza un minimo di autocritica. Poi, naturalmente arrivano i commenti e il prodotto si trasforma in bersaglio. Il meccanismo è noto: si pubblica, qualcuno attacca, si rilancia lo screenshot per mostrare quanto sia indecente l’attacco, l’altro replica e il pubblico si scatena. Ciò che sarebbe rimasta una brutta frase in fondo a una pagina diventa un fatto politico. Il pattume riceve un megafono. E più lo si denuncia, più circola. È il paradosso di una macchina che pretende di combattere l’odio nutrendolo. I profili pubblici dei politici ticinesi, uomini e donne, sono palchi permanenti. Ma un profilo non è un tribunale e una sezione commenti non è un’assemblea. A volte il gesto più politico è non rilanciare, bloccare, cancellare e segnalare. Non è vigliaccheria: è misura. La responsabilità non appartiene soltanto a chi insulta. Appartiene anche a chi trasforma ogni provocazione in carburante, per vanità o per calcolo elettorale. I social premiano la reazione, non la riflessione, il frammento, non il contesto, il muscolo e mai la misura. Oggi più che mai serve recuperare la responsabilità della parola. Per chi governa, per chi si candida, per chi siede in Parlamento e per chi ogni giorno si mette davanti alla videocamera del telefono. La critica è il prezzo della visibilità e l’umiliazione non è il prezzo della democrazia.
A chi giova, allora, tutto questo? Non ai cittadini e non alla politica. E neppure alle vittime, spesso nell’assurda parte dell’altoparlante promozionale del proprio aggressore. Giova solo alla macchina di fango che trasforma ogni conflitto in contenuto e ogni contenuto in altro conflitto. La giungla esiste. Ma non siamo obbligati a scambiarla per una piazza. E, soprattutto, non siamo obbligati a prestarle il nostro megafono.


