Cerca e trova immobili
L'editoriale

La neutralità non merita di essere imbalsamata

Il 27 settembre voteremo se la neutralità debba essere messa sottovetro, imbalsamata nella Costituzione e consegnata alle generazioni future con il cartellino: «Non toccare». Non è una differenza semantica. È la differenza tra una bussola e un reperto da museo. Il fronte del sì parte da una preoccupazione seria.
Gianni Righinetti
26.08.2026 06:00

Il 27 settembre non voteremo per sapere se la Svizzera in futuro sarà neutrale. Su questo, almeno a parole, sono d’accordo tutti: UDC e Governo, promotori e avversari, generali della domenica e pacifisti con il manuale delle Convenzioni dell’Aia sotto il braccio. Voteremo se la neutralità debba essere messa sottovetro, imbalsamata nella Costituzione e consegnata alle generazioni future con il cartellino: «Non toccare». Non è una differenza semantica. È la differenza tra una bussola e un reperto da museo. Il fronte del sì parte da una preoccupazione seria. Negli ultimi anni Berna ha mostrato una neutralità capace di cambiare passo quando il mondo cambiava direzione: nel 2014 (Crimea) sanzioni no, nel 2022 (Ucraina) sanzioni sì. Per alcuni è realismo. Per altri è il modo elegante con cui le Istituzioni spiegano che una regola vale fino alla prossima crisi. Il sospetto non è campato per aria. Se la neutralità è una bussola, qualcuno deve spiegare perché l’ago sembri talvolta conoscere in anticipo la direzione del vento politico. Qui il sì mette il dito su una piaga che il no tende a medicare troppo in fretta: la fiducia. Non basta dire che la decisione del 2022 sul conflitto Russia-Ucraina fu giusta; occorre spiegare secondo quali criteri lo fu e perché criteri analoghi non valessero prima. La flessibilità è una virtù solo quando segue principi riconoscibili. Altrimenti, dal balcone dei cittadini, assomiglia a discrezionalità. Ma una democrazia adulta deve valutare anche il rimedio. E il rimedio convince meno della diagnosi. Una Costituzione non è un congelatore per la politica estera, né un modo per imbalsamare le paure di oggi. Deve dare un indirizzo, non sostituire il giudizio politico quando la realtà presenta il conto. E il conto arriva. Una neutralità più rigida può proteggere l’immagine dell’indipendenza, ma non produce satelliti, munizioni, personale qualificato, difesa aerea o sicurezza delle reti. Se il sì vuole una neutralità armata, dica quanto costa e chi paga. Non basta infilare «armata» nella Costituzione: bisogna metterla nel preventivo e chiarire quali capacità costruire in proprio e quali cercare fuori. Dall’altra parte, il no non può cavarsela con «cooperazione» come fosse una carta di credito senza limite. Cooperare non significa arrendersi, ma ogni collaborazione ha un prezzo e un effetto politico. Il Consiglio federale indichi dove finisce l’esercitazione utile e comincia l’allineamento, quali informazioni si condividono e quale controllo esercitano Parlamento e cittadini. La neutralità flessibile non diventi neutralità a sorpresa.

Il rimedio proposto resta sproporzionato. Una Costituzione non può trasformare ogni conflitto in un quiz giuridico: è un attacco diretto? È già imminente? È un’alleanza o una collaborazione? Mentre si discute la definizione, il drone ha già attraversato il confine e il server è già saltato. La sicurezza moderna non bussa alla porta in uniforme. Arriva con un malware, un ricatto energetico, disinformazione, un componente elettronico che manca o un’infrastruttura critica in tilt. Pensare di cooperare solo quando l’attacco sarà imminente significa avere un’idea ottocentesca del pericolo. Quando arriva il missile, il radar non si improvvisa. Nemmeno la rete che dovrebbe permettere di vederlo arrivare. Anche sulle sanzioni occorre smettere di recitare. Non sono caramelle diplomatiche, ma nemmeno bombe con un altro nome: sono uno strumento di pressione. Possono essere sbagliate, sproporzionate, inefficaci o controproducenti. Vietarle in anticipo, salvo il timbro dell’ONU, significa però consegnare una parte della politica estera elvetica al diritto di veto altrui. Se il Consiglio di sicurezza resta paralizzato, l’aggressore riceve in regalo una neutralità trasformata in immobilità. La neutralità svizzera ha valore proprio perché è scelta di non belligeranza, non patente per voltarsi dall’altra parte. Si può restare fuori dalle guerre e, nello stesso tempo, difendere le regole da cui dipendono sicurezza, economia e libertà di movimento. Per questo l’iniziativa va respinta: non perché la neutralità sia vecchia, ma perché è troppo importante per essere congelata in una formula rigida. Il no, però, non è un assegno in bianco al Consiglio federale. Se si vuole conservare la flessibilità, bisogna renderla trasparente. Se si vuole collaborare con i partner, bisogna fissare confini leggibili. Se si adottano sanzioni, occorrono motivazioni solide, criteri verificabili e responsabilità politica. E se si invoca la difesa, bisogna finanziarla davvero: la sicurezza non è una frase da festa nazionale, né un capitolo da rinviare alla prossima legislatura. La vera neutralità non è una poltrona sulla quale sedersi mentre il mondo brucia. È restare fuori dalla guerra senza restare fuori dalla realtà. Il problema non è scegliere tra neutralità e sicurezza, ma capire se siamo disposti a pagare il prezzo di entrambe.