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L'editoriale

La Polizia, le persone e il gioco della carta

Dal sondaggio di ispirazione sindacale all'audit promosso dal Governo – Una logica della contrapposizione che non risolve nulla per il Corpo della Cantonale
Gianni Righinetti
11.05.2026 06:00

C’è un riflesso automatico ormai fin troppo prevedibile nel dibattito pubblico ticinese: quando la pressione sale e il coperchio salta, si estrae dal cappello un sondaggio. È successo anche per il malessere in Polizia con le forze sindacali particolarmente attive e il dato roboante emerso negli scorsi mesi: sette agenti su dieci hanno pensato di lasciare la Cantonale. Dal Governo in prima battuta si reagisce come se l’Esecutivo fosse una corporazione chiamata a difendersi per partito preso e si esclude di dare vita a verifiche da altra fonte. Poi, ed è attualità degli ultimi giorni, si procede a commissionare un «audit indipendente» oltre San Gottardo. Ma, si badi bene, il nuovo atto non è una risposta al primo. Sta di fatto che la macchina ora è avviata ed entro fine anno si dovrebbero conoscere i risultati di questa nuova «indagine» su stato e umore tra gli agenti al servizio del Cantone e dei suoi cittadini per i quali sono croce (quando ci multano) e delizia (quando ci proteggono). Il gioco ora si pratica a suon di carta che però non sempre canta o suona in maniera armonica. Finirà, c’è da scommettere, che ognuno sventolerà il suo documento come fosse la verità rivelata. Numeri, percentuali, grafici. Apparente oggettività. Ma chi ha un minimo di dimestichezza con questi strumenti sa bene che non esistono nel vuoto: contano le domande, conta l’impostazione, conta - più prosaicamente - anche chi lo paga. Un po’ come le perizie giuridiche. Interpella cinque avvocati e avrai risultati distinti sulla responsabilità. Poi, a dirimere, ci penseranno i tribunali.

Per la Polizia il malessere profondo e la realtà che situa le discussioni in atto a livello di percezioni soggettive e non di codici di legge, ci porta a concludere che la polemica si trascinerà a lungo. Più che a un confronto nel merito, dato che ognuno metterà in risalto la sua opinione, sembra di assistere a una partita a scacchi: mossa, contromossa, dichiarazione e replica. Ma si tratta di una partita che, impostata così, non porterà a nulla di buono tra fronti contrapposti. E nel mezzo, stritolato, rischia di restare un Corpo che da tempo segnala fatica, malessere e pressione. Con un corollario di difficoltà crescente nel reclutamento e nella motivazione. La realtà, quella concreta, rischia di rimanere sullo sfondo. Schiacciata da narrazioni contrapposte che cercano conferme nei documenti prodotti (su misura?). È una dinamica pericolosa, perché sposta il baricentro: dalla sostanza ai simboli, dai problemi alle interpretazioni dei problemi. E così si finisce per discutere più della validità di un sondaggio che delle condizioni di lavoro di chi ogni giorno indossa una divisa. Non è un dettaglio. Perché qui non si parla di un ufficio qualsiasi, ma di uomini e donne chiamati a garantire sicurezza, spesso in contesti sempre più complessi. Poliziotti che, oltre alla fatica operativa, devono fare i conti con una percezione pubblica talvolta ingrata, quando non apertamente ostile. Sbeffeggiati, insultati, messi in discussione. E allo stesso tempo impiegati in prima linea proprio contro chi quelle regole le viola con violenza.

C’è qualcosa di profondamente distorto in tutto questo. E il rischio è che il dibattito politico-sindacale finisca per aggravare il problema anziché contribuire a risolverlo. Perché la «battaglia della carta» ha un effetto collaterale evidente: rinvia le decisioni. Si guadagna tempo, si rafforzano posizioni, ma non si scioglie il nodo. Nel frattempo, il Corpo resta sotto pressione. E la pressione, quando diventa cronica, logora. Non solo sul piano professionale, ma anche su quello personale. Perché dietro ogni uniforme c’è una vita: famiglie, figli, equilibri da mantenere. Non si può chiedere dedizione totale senza offrire, in cambio, condizioni chiare, riconoscimento e prospettive. È qui che ci si sarebbe aspettati qualcosa di diverso dalla politica. Più responsabilità, prima ancora che maggiore consenso. Più maturità, prima ancora che più visibilità. Dalle parti, ma da tutte le parti, servirebbe un cambio di tono e di metodo. Perché continuare a muoversi per posizionamenti rischia di produrre solo un risultato: aumentare la distanza tra chi decide e chi vive quotidianamente le conseguenze di quelle decisioni. E allora diciamolo senza mezzi termini: nessun sondaggio, nessun audit, potrà mai sostituire un confronto diretto, franco, orientato a soluzioni concrete. Il resto è rumore. Più o meno sofisticato, ma pur sempre rumore teso a confondere, non a risolvere. Se fossimo poliziotti, ci arrabbieremmo. E non poco. Perché essere trascinati dentro logiche che poco hanno a che fare con il lavoro sul campo a lungo andare diventa frustrante. La sensazione è di venire strumentalizzati, più che ascoltati. Non servono altre schermaglie, non servono nuovi documenti da opporre ai precedenti. Serve una scelta: quella di mettere al centro il problema reale e non la sua rappresentazione con il gioco della carta.