La scuola necessita di larghe intese

Siamo ormai giunti al dunque. Manca solo un ultimo passo al tanto atteso «addio» al sistema dei livelli nella scuola media ticinese. Quello, però, politicamente più delicato: l’iter parlamentare. Un Parlamento dove tutti, nessuno escluso, sostengono che l’attuale sistema ha fatto il suo tempo e vada quindi superato. Ma dove le ricette per farlo divergono. E dove, è pressoché sicuro, ci sarà (ancora) battaglia sul progetto presentato dal DECS. Certo, il voto del febbraio 2023 con cui il Gran Consiglio diede il suo «nullaosta» alla sperimentazione terminata lo scorso anno fu senza appello: 53 voti a 26. Ma è sufficiente tornare a un anno prima o poco più, al voto dello stesso plenum su una sperimentazione diversa, bocciata per soli due voti di scarto, oppure tornare al voto popolare sul progetto «La scuola che verrà», per ricordarsi che il «dossier livelli» è un campo minato. E questo perché, purtroppo, la scuola è da sempre terreno di scontro ideologico. Dove anche una semplice riforma (che non stravolge nulla, ma cambia il metodo d’insegnamento in due materie, per due anni) viene subito erroneamente «bollata» come una rivoluzione destinata a cambiare volto al nostro cantone. Non è così. Ma il rischio principale, quando a prevalere è l’ideologia, è che a farla da padrone nel dibattito siano gli slogan, tra chi vuole una scuola più equa e inclusiva e chi invece una più orientata al singolo individuo. Slogan, quelli sì, che rischiano solo di «appiattire» e «livellare verso il basso» una necessaria riforma, trasformandola per l’appunto in una mera questione ideologica. E, ovviamente, specie di questi tempi, una questione elettorale. Un ingrediente, questo, potenzialmente esplosivo per un dossier che ha già dimostrato di spaccare in due la società.
È giusto e comprensibile che i vari schieramenti politici, da sinistra come da destra e passando dal centro, cerchino di indirizzare la scuola a seconda delle proprie sensibilità. È la politica. O, meglio, è la democrazia. Ma l’impressione è che, in fin dei conti, a diversi schieramenti non interessi veramente trovare «larghe intese» sulla scuola del futuro. Ognuno, per la sua strada, cerca di imporre il proprio progetto, di piantare la propria bandierina. Così, però, le riforme restano ferme al palo. E, con loro, anche la scuola (un mondo già di per sé abbastanza restio al cambiamento) non si smuove di un millimetro. Quando in realtà la scuola media ticinese, il cui modello originale risale agli anni Settanta, dovrebbe evolvere con la società che contribuisce a formare. E proprio la scuola avrebbe bisogno di cambiamenti sostenuti da «larghe intese», non certo dal 50% + 1 dei voti. L’auspicio è dunque che sul superamento dei livelli si possa sì aprire un dibattito aperto e franco, ma non dettato dalle logiche degli slogan, da una parte come dall’altra. A concorrere a questo clima ideologico attorno al tema della scuola, in questi ultimi decenni, hanno infatti contribuito (chi più e chi meno) un po’ tutti: il DECS, snobbando con una certa testardaggine le proposte provenienti da altre sensibilità; i partiti, soprattutto a destra, che «bollano» con troppa facilità qualsiasi proposta del DECS come «rossa» e quindi da scartare; la scuola stessa, sovente purtroppo anch’essa suddivisa in correnti di pensiero che si fanno la guerra.
Il recente dibattito sul salario minimo ha però dimostrato che anche su temi apparentemente molto ideologici la politica ticinese - dal mondo dell’economia fino alla sinistra (o perlomeno quella capace di vincere e di non fermarsi agli slogan) - è in grado di trovare compromessi e accordi concreti per risolvere problemi reali e guardare avanti. Ecco, anche la scuola avrebbe bisogno di questo. L’attuale sistema dei livelli, appunto, è un problema reale, riconosciuto da tutti. Quella presentata dal DECS è una soluzione concreta che giustamente i partiti ora dovranno approfondire e analizzare con cura. E, se del caso, proporne correttivi. Ma non con l’obiettivo di affossare un cambiamento necessario, bensì di eventualmente migliorarlo. La scuola, più di ogni altro settore della nostra vita, ha bisogno di «larghe intese». Riuscire a farlo in un anno elettorale, ne siamo coscienti, sarebbe un vero miracolo.


