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L'editoriale

La strage di Crans e i piani confusi

Quanto successo la notte di Capodanno al Constellation è diventato un test di tenuta: dello Stato di diritto, della politica che non resiste alla tentazione di «invocare giustizia» e del sistema giudiziario per la sua credibilità
Gianni Righinetti
29.01.2026 06:00

La strage di Crans-Montana è diventata un test di tenuta: dello Stato di diritto, della politica che non resiste alla tentazione di «invocare giustizia» e del sistema giudiziario per la sua credibilità. I piani si sono sovrapposti tra giudiziario, politico e diplomatico. Sovrapposti e pure inclinati. Con il risultato peggiore possibile: più rumore, meno chiarezza. Purtroppo, questa confusione dei piani non è avvenuta per errore, ma per mera convenienza. Il problema più grande è che quando tutto questo avviene, lo Stato di diritto smette di essere una garanzia e rischia di diventare un alibi. La tragedia - quaranta morti, oltre cento feriti, un locale pieno di giovanissimi la notte di Capodanno - aveva fin dall’inizio una «componente internazionale» destinata a pesare. Ma le autorità vallesane già nelle prime ore hanno peccato di ingenuità, mancanza di «mestiere» nel gestire qualcosa immensamente più grande di loro. Quella presente a Crans-Montana era la politica affranta e la diplomazia coscienziosa. Poi le cose, anche per errori e scivoloni vallesani, sono cambiate e precipitate. Anche se, alla luce degli strafalcioni e delle ritrattazioni ministeriali sul senso dello Stato di diritto ci fanno dire che una cosa è la cooperazione tra Stati, ben altra è trasformare un fascicolo d’inchiesta in un braccio di ferro tra Governi. La triplice scivolata ha visto, tra l’altro, l’ordinamento giudiziario mischiarsi a quello politico del Vallese, cantonale e comunale. Mentre la politica italiana ha azzardato mosse da conflitto bellico, sconfinando nel populismo più esasperato anche da parte di chi sta alla guida del Governo a Roma e la diplomazia ha mostrato la sua faccia peggiore, non diplomatica ma degna del più partigiano e meno equilibrato tifo da stadio. Le opinioni profilate spesso sono accecate dall’indignazione facile, ma per fortuna nel Bel Paese ci sono ancora teste pensanti, che sanno mostrarsi libere da interessi partigiani. Da svizzeri non temiamo chi ragiona e formula anche delle critiche, come è il caso di Antonio Di Pietro, non cerchiamo l’applauso, perché sappiamo che per certi aspetti non sarebbe meritato, ma vogliamo fortemente si possano fare passi in avanti. Se cooperazione tra le autorità giudiziarie vallesane e quelle italiane sarà, che sia svolta in maniera professionale e seria. E, soprattutto, a microfoni spenti. Non vorremmo mai che diventi un nuovo capitolo della sceneggiata da talk show all’italiana, con un’escalation delle fughe di notizie rendendo ancora più pubblica un’inchiesta che merita autentica discrezione, prima di svelare con trasparenza tutto a tutti. Le sentenze emotive, quotidiane, i tribunali improvvisati e i politici che vestono la toga ritenendosi giudici popolari solo grazie alla loro popolarità è l’apoteosi dell’irresponsabilità che ci farebbe scivolare irrimediabilmente nel giustizialismo più becero e meno giusto. L’indipendenza del potere giudiziario non si può prestare a ricatti pronunciati da ambasciatori, ministri o premier.

Potendo vorremmo riavvolgere il nastro (compreso quello dei video vergognosamente scomparsi) della storia, fare in modo che dei Moretti qualunque non ottenessero credito a Crans-Montana, che le autorità comunali fossero davvero coscienziose e responsabili nel fare rispettare le regole e che dei ragazzi spensierati avessero potuto festeggiare l’ultimo e tanti altri Capodanno in leggerezza e innocenza. Purtroppo, questo è un sogno che si scontra con la realtà. E allora rilanciamo: vorremmo che dal rogo e dal dramma molti protagonisti viventi e lontani al dolore lancinante subìto da chi ha perso un suo caro o da chi resterà menomato per tutta la vita, si comportassero differentemente, con coscienza vera e piena. Assumendo un’attitudine giusta: umana, istituzionale e utile. Non se ne può più di sentire cavillare sulla nazionalità dei morti. Le giovani vittime non si pesano in base al passaporto, si contano e si piangono drammaticamente. Senza alcun distinguo. Come pure sterile è la disquisizione sull’entità della cauzione. Se i famosi 200 mila franchi sono pochi, lo stesso lo diremmo se fosse stato stabilito un milione. Il problema è più profondo e solo l’inchiesta (magari rafforzata) e il processo ci dirà quanto oggi ci interroga, anche in maniera lancinante. Ai politici-cittadini e ai diplomatici-politici chiediamo di non confondere la tutela con la pressione. Perché irrigidisce, polarizza l’ambiente, e consegna alla magistratura un contesto avvelenato. Raddrizzare ciò che è inclinato, riportando giudiziario, politico, diplomatico sul proprio piano è ancora possibile. Ma da subito, perché poi bonificare ciò che risulterà irrimediabilmente inquinato o compromesso diventerà impossibile. E sarà una responsabilità di molti.

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