La Svizzera del fare e non solo del dire

Il Primo agosto è di nuovo alle porte. Una festa nazionale che, con i suoi simboli e i suoi riti, si trova costretta a sottostare alla realtà dei fatti. Compreso il cambiamento climatico. Siamo nella morsa del caldo soffocante, della canicola che questa estate non ci dà tregua e della siccità che imperversa, con laghi e fiumi ai minimi storici. Il risultato è che sparisce pure il suggestivo falò e, con lui restano a terra anche razzi e fuochi d’artificio. In questo caso la prudenza è doverosa: quando il bosco è una polveriera, giocare con le scintille sarebbe da irresponsabili. Altro discorso è il talebanismo imperante che vorrebbe privarcene da qui all’eternità, trasformando un’emergenza in un divieto perpetuo. Su questo, fortunatamente, saranno gli svizzeri a dire la loro alle urne. Perché da noi, almeno fino a prova contraria, non decide chi urla più forte. Decide il popolo. Se poi pensiamo al nostro simbolo più caro, la croce bianca su sfondo rosso che contraddistingue la bandiera, l’ultimo anno è stato carico di trasporto emotivo e di infinito orgoglio. Un anno fa Donald Trump ci assestava una mazzata con il punitivo salasso dei dazi al 39%. A nessuno aveva riservato un trattamento tanto feroce. Il «macho» della Casa Bianca aveva voluto punire una nazione a lui ostile e la sua sbeffeggiata «maestrina», Karin Keller-Sutter, colpevole di non essersi mostrata prona alle volontà del tycoon. Rea, in parole povere, di avergli detto le cose come stavano. Ma a Trump non piace che gli si spieghi. Lui preferisce imporre, finanche senza capire la materia e il più recondito dei perché. La storia dei dazi ha poi conosciuto altre tappe, più o meno astiose, e le bocce non sono ancora ferme. Sarebbe però riduttivo, finanche sminuente, pensare alla Svizzera in vista del Primo agosto soltanto in chiave Trump. Anche se ci rallegra che, a sbertucciarlo, abbia poi provveduto il più esperto dei consiglieri federali, l’UDC Guy Parmelin: grigio d’anagrafe, ma brillante nello spirito. Ai Mondiali di calcio si è presentato a Vancouver con un berretto rosso e la scritta bianca «Switzerland Great Since 1291». Il design era una citazione tanto chiara quanto ironica del famoso cappellino MAGA. Quattro parole, una risposta perfetta: non abbiamo bisogno che qualcuno ci renda di nuovo grandi. Lo siamo dal 1291. Orgoglio vero, ironia pungente e nessuna sceneggiata da bullo planetario.
Anche la Nati di Murat Yakin è stata un fiore all’occhiello della fierezza nazionale. Una squadra in autentico stile svizzero: apertura, integrazione, disciplina e lavoro. Diverse stelle hanno difeso i colori nazionali partendo da storie d’immigrazione; molti cognomi ne raccontano le origini. E la fierezza è pure questa: avere integrato uomini che oggi rappresentano la Svizzera e ne sono ambasciatori nei campionati più prestigiosi. Non una Svizzera diluita, come sostengono i professionisti della paura, bensì una Svizzera capace di trasformare provenienze differenti in un’appartenenza comune. E togliamoci pure un sassolino dalla scarpa: quando gli Stati Uniti di Trump erano già stati eliminati, nonostante la vergognosa resurrezione sportiva concessa a un loro giocatore espulso e squalificato, con la benedizione di quella FIFA presieduta da Gianni Infantino (nato e cresciuto in Svizzera), noi eravamo ancora in sella. Poi è andata com’è andata. Ma la nostra Svizzera ci ha resi fieri.
Come ci hanno resi orgogliosi i rossocrociati dell’hockey. Lo scorso maggio hanno colorato di biancorosso il Mondiale casalingo di Zurigo e Friburgo, arrivando ancora una volta a un soffio da quella medaglia d’oro che avrebbe rappresentato una prima assoluta. È rimasto l’argento, amaro quanto basta per dimostrare che ormai non ci accontentiamo più di partecipare e ricevere complimenti. Vogliamo vincere. Anche lo sport ci rende autenticamente svizzeri. Dobbiamo esserne orgogliosi, senza vergognarci di dirlo per timore di sembrare fuori moda. Ma l’orgoglio non può esaurirsi in un risultato sportivo, in un berretto ben riuscito o in una bandiera appesa al balcone. Il Primo agosto serve a ricordarci quanto siamo fortunati. Viviamo in un piccolo Paese che molti ci invidiano, dove la bellezza non ha bisogno di Photoshop e le Istituzioni funzionano. Non grazie a un partito o all’ultima ricetta miracolosa, ma perché generazioni di svizzeri hanno costruito questo equilibrio con responsabilità, lavoro e senso del limite. Eppure, il lamento rimane il nostro sport nazionale non ufficiale. Borbottare costa poco, fare costa fatica. Anche la politica alimenta il rumore, con destra e sinistra impegnate a dipingersi come sciagure e il centro intento a dimostrare di avere ancora una ragione sociale.
La Svizzera vera è coesione, sicurezza, socialità. Non lascia da solo chi cade e non considera normale ciò che normale non è. La criminalità vuole insinuarsi anche qui, nel tessuto economico e sociale. Proprio perché non siamo assuefatti dobbiamo conservare intatti gli anticorpi, senza minimizzare né trasformare ogni fatto in una clava politica. Durante la pandemia abbiamo discusso, litigato e commesso errori, ma la macchina non si è fermata. Il Paese ha retto l’urto senza abbandonare nessuno sul ciglio della strada. Non è poco. Soltanto chi ha la memoria corta può archiviarlo con una scrollata di spalle.
«Care svizzere e cari svizzeri, care concittadine e cari concittadini…», sentiremo dire domani dai molti pulpiti, prima del Salmo svizzero e della mano sul cuore. Tutto bello e tutto giusto. Ma la svizzeritudine non è una maglietta rossa da indossare per ventiquattr’ore, un cervelat sulla griglia o una bandierina pubblicata sui social. È un esercizio quotidiano fatto di diritti e doveri, memoria, equilibrio, rigore e responsabilità. Ed è qui che si annida il pericolo più insidioso. Non Trump, che prima o poi passerà. Non il politico in campagna permanente, che cambierà manifesto. Nemmeno il caldo, che purtroppo tornerà. Il nemico è la superficialità del mordi e fuggi: conoscere tutto per trenta secondi, sentenziare prima di capire, demolire prima di costruire e pretendere senza restituire. Un modo di vivere che con l’essere svizzeri ha poco o nulla a che fare. La Svizzera è grande dal 1291, certo. Ma non basta scriverlo su un cappellino. Bisogna dimostrarlo, ogni giorno.


