La Svizzera e il disagio che va oltre i fedelissimi

I sondaggi non sono oro colato: troppe volte hanno sbagliato per meritare devozione. E tuttavia l’ultima rilevazione sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” lascia pensare che non siamo di fronte al solito petardo da campagna elettorale, acceso per fare rumore e destinato a spegnersi in fretta. La proposta dell’UDC si presenta infatti con un vantaggio che impone attenzione: 52% di sì, 46% di no, appena 2% di indecisi. Segno che il tema non solo ha conquistato il dibattito pubblico, ma ha anche sfondato oltre il recinto dei fedelissimi. La ragione è evidente. In Svizzera l’immigrazione non si traduce, nella percezione collettiva, in fredde statistiche, bensì in inquietudini molto concrete: affitti in salita, mobilità congestionata, treni affollati, territorio sotto pressione, servizi pubblici che costano caro, salari ritenuti più esposti e, per una parte non marginale dell’elettorato, una sicurezza meno scontata. L’iniziativa non inventa queste paure: le raccoglie, le riordina e le restituisce sotto forma di proposta politica. In questo sta la sua forza. E sarebbe un grave errore archiviarla come l’ennesima esibizione muscolare dell’UDC. Il sondaggio commissionato da “20 Minuten” e “Tamedia” all’istituto Leewas individua, tra i sostenitori del testo, due molle decisive: paura e qualità della vita. Un binomio politicamente potentissimo. Perché quando il senso di insicurezza si somma alla fatica del quotidiano, ogni promessa di “mettere un limite” trova terreno fertile.
Ma riconoscere un malessere non significa averne individuato la cura. È qui che l’iniziativa chiede all’elettore un atto di fede che non può essere liquidato con la leggerezza di una formula o con il limite di un numero. Il fronte del no ricorda che il prezzo potrebbe essere elevato: incrinare i Bilaterali con l’UE (dossier che rimane nelle sabbie mobili della precarietà anche per effetto del discusso pacchetto Bilaterali III), primo partner commerciale della Svizzera, e aggravare una carenza di manodopera qualificata già oggi tangibile per imprese, PMI e sanità. Non dettagli, ma nodi strutturali di un Paese che vive di interdipendenza e che non può permettersi di fare la voce di chi sogna di vedere tutti ai suoi piedi imploranti. Ammesso e non concesso che oggi questo lo possano mettere in atto anche altre potenze della geopolitica mondiale.
Il punto, in fondo, è finanche semplicistico, una (presunta) virtù della politica. L’iniziativa traduce una sensazione diffusa - siamo al limite - in una promessa politica netta: fermiamo la corsa. Una promessa immediata e seducente. Alla quale i suoi avversari oppongono una verità assai meno accattivante: la Svizzera non è una fortezza autosufficiente e non può chiudere i rubinetti senza pagarne il prezzo. Ma la politica, soprattutto quando il disagio si intensifica, premia spesso la risposta più lineare più che il ragionamento profondo, analitico e, di conseguenza, più fondato.
Anche la distribuzione del consenso è istruttiva. Che l’iniziativa raccolga adesioni nell’elettorato sfegatato UDC (e immediati dintorni) non sorprende. Più significativa è la sua capacità di parlare anche a settori borghesi e a una parte dell’elettorato moderato. È lì che si giocherà la partita: in quel ceto medio che non sogna necessariamente la chiusura, ma guarda con crescente diffidenza a chi invoca equilibrio mentre, fuori dalla finestra, vede affitti, traffico e pressione sul territorio.
In Ticino, poi, il tema assume una sensibilità ulteriore. Qui l’immigrazione, il frontalierato e i rapporti con Bruxelles non appartengono al lessico dei seminari, ma alla sostanza della vita quotidiana. Il Cantone vive una condizione particolare: è frontiera geografica, certo, ma anche politica e psicologica. E quando da Bruxelles arrivano segnali percepiti non come una logica conseguenza legale a cascata, bensì come l’ennesima estensione di diritti, oneri o automatismi a favore dei frontalieri - sentimenti e fatti che emergono dalla recente discussione sull’indennità di disoccupazione - nell’opinione pubblica ticinese si attiva quasi inevitabilmente lo stesso riflesso. Quello che, ancora una volta si decide altrove, ancora una volta il conto rischia di ricadere qui. È una percezione che pesa, al di là dei tecnicismi giuridici e delle distinzioni diplomatiche. Ed è qui che si consuma il paradosso: i cosiddetti “burocrati di Bruxelles”, nel tentativo di applicare logiche di coordinamento sovranazionale, finiscono per offrire un insperato assist proprio a chi contesta l’impianto europeo e i suoi automatismi. Se l’UE viene percepita come un soggetto che estende pretese e vincoli senza misurare il nervo scoperto (ticinese), finisce inevitabilmente per rafforzare il fronte anti-UE e, di riflesso, anche quello favorevole all’iniziativa “10 milioni”. È un paradosso, sì. Ma è anche una realtà politica concreta.


