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L'editoriale

La via adulta del salario minimo

Dallo scontro all'accordo: volere è potere - L'incredibile storia sta prendendo forma, vedremo se poi farà anche scuola
Gianni Righinetti
13.03.2026 06:00

Ci sono battaglie politiche che, a distanza di anni, non hanno più bisogno di essere rievocate. Semplicemente perché il popolo ha già parlato. È il caso del salario minimo, accolto nel 2015 dal popolo ticinese con il 54,7% dei consensi. Da allora il principio è entrato nell’ordinamento cantonale: insistere nel rivangare quella disputa, come se fosse ancora una partita aperta, ha poco senso. La politica, quando è adulta, dovrebbe saper fare una cosa semplice ma spesso difficilissima: prendere atto del verdetto popolare e andare avanti. Si chiama «realpolitik». Un concetto che alle nostre latitudini, diciamolo, non sempre trova terreno fertile. Soprattutto quando a coltivare la memoria delle battaglie passate è una sinistra che, talvolta, fatica a rinunciare all’ortodossia e al gusto dello scontro ideologico permanente. Ma la storia che raccontiamo oggi è diversa. Sul tavolo della politica ticinese c’è un’iniziativa popolare lanciata nel 2021 per introdurre un «Salario minimo sociale», sostenuta da oltre 12.000 firme. Un dossier rimasto troppo a lungo nei cassetti del Parlamento e che, all’inizio di quest’anno, è tornato improvvisamente al centro della scena. Non senza attriti. Perché quando il salario minimo torna sul tavolo, in Ticino, le scintille non tardano mai ad arrivare.

In gennaio il primo firmatario dell’iniziativa e copresidente del PS, Fabrizio Sirica, aveva accusato il fronte borghese di aver orchestrato una «combine» per rinviare la votazione popolare a dopo le elezioni cantonali del 2027. Apriti cielo. Da lì è nata una polemica tanto accesa quanto pubblica, culminata in un confronto televisivo a La domenica del Corriere tra lo stesso Sirica e il presidente del PLR Alessandro Speziali. Toni duri, accuse reciproche e l’impressione diffusa che il dossier fosse ormai destinato a trasformarsi nell’ennesimo campo di battaglia. La frittata, insomma, sembrava fatta. E invece no. Perché, a volte, la politica sa ancora sorprendere. Dietro le quinte si è riaperto il dialogo. Non di facciata, ma frutto di un lavoro paziente di mediazione che ha coinvolto praticamente tutto l’arco costituzionale che conta: PS, PLR, Centro, Lega e UDC. Il risultato è un accordo che, con gli occhi ormai rivolti alla campagna elettorale, ha il sapore di qualcosa di storico. In una politica ticinese spesso più incline allo scontro che alla sintesi, vedere quasi tutti i partiti sedersi allo stesso tavolo e trovare una linea condivisa non è esattamente la normalità.

Se volessimo usare una metafora calcistica, potremmo dire che la politica cantonale si appresta a tirare in porta senza avversari davanti gioendo all’unisono. Anche perché non era affatto scontato. La sinistra ticinese, che negli ultimi anni ha collezionato alcune vittorie popolari di peso, basti pensare alla battaglia sulle casse malati e alla regola del 10%, avrebbe potuto essere tentata dalla strada del bis. Spingere sull’acceleratore, puntare tutto sul confronto alle urne e cercare un’altra vittoria simbolica. Invece ha scelto un’altra via: ali abbassate, pragmatismo e disponibilità al dialogo. Chapeau al vertice e in particolare ai co-presidenti e a Fabrizio Sirica, coraggioso nell’affrontare la scalata al compromesso, quando poteva optare per l’applauso battagliero dei suoi. Ma altrettanto va riconosciuto a chi, dall’altra parte dello schieramento, avrebbe potuto prepararsi alla battaglia politica e a una possibile rivincita alle urne. E invece ha deciso di sedersi al tavolo e provare a costruire una mediazione. Non è poco, di questi tempi.

Certo, nessuno si illude che la campagna che verrà sarà una passeggiata da tarallucci e vino. Il confronto ci sarà, e sarà anche acceso. È fisiologico in democrazia. Ma se lo spirito dell’accordo reggerà, la discussione potrà almeno restare sul terreno della politica e non scivolare, come troppo spesso accade in Ticino, nel litigio acido e finanche stucchevole. Per questo, alla vigilia di questo passaggio, vale forse la pena lanciare un piccolo appello alle forze politiche cantonali. Quando i ticinesi torneranno alle urne per rinnovare Parlamento e Governo, nell’aprile del 2027, sarebbe bello ritrovare lo stesso spirito che oggi ha permesso di costruire l’accordo sul salario minimo. Sarebbe il segno di una politica che ha imparato qualcosa. Forse stiamo sognando. Ma, per una volta, lasciatecelo fare. Perché con noi, probabilmente, stanno sognando anche molti ticinesi. Stufi di assistere, legislatura dopo legislatura, a risse politiche tanto rumorose quanto inconcludenti. E desiderosi, semplicemente, di vedere la politica fare quello che dovrebbe fare da sempre: discutere, mediare e decidere.