L'editoriale

La voglia di gridare e la necessità di indagare

A Crans-Montana una tragedia che non chiede slogan, ma serietà
Gianni Righinetti
03.01.2026 06:00

Di fronte alla strage di Crans-Montana, dopo l’incredulità, il cordoglio e il dolore per un dramma che porta ad immedesimarti, più da adulto che da giovane legato all’incoscienza dell’età in attesa della compiuta maturità, la prima tentazione è quella di alzare la voce di rabbia. La seconda, finanche più subdola, è quella di alzare il dito. La cronaca di quella che doveva essere una spensierata serata di festa per accarezzare in leggerezza il nuovo anno, oggi è corredata da immagini e video che ci mostrano le bottiglie di spumante con alla testa le insidiose fiammelle per festeggiare, le prime fiamme sul soffitto e il giocoso, oggi crudelmente drammatico, tentativo di un giovane di spegnerle con un maglione o qualcosa di simile. Poi, specie sulle reti sociali, le ipotesi si fanno incalzanti, la narrazione a libera discrezione nell’immediata ricerca, finanche sentenza, del perché, possibilmente semplice, possibilmente collettivo. In un certo senso è umano, comprensibile, quasi inevitabile. Ma non sempre è giusto e men che meno corretto. E soprattutto non sempre è utile. Anzi, il più delle volte, risulta essere dannoso. Quando una tragedia colpisce dei giovani, quando lo fa in modo improvviso e crudele, il dolore reclama risposte immediate. È il dolore dei familiari, prima di tutto, ma anche quello di una comunità che si sente ferita e che teme di non essere stata all’altezza del proprio compito: proteggere. Tuttavia, la smania di cittadini inquirenti improvvisati rischia di trasformarsi in una semplificazione pericolosa. E la semplificazione, in questi casi, diventa una forma di ingiustizia. L’esatto contrario di quello che meritano le giovani vittime e i loro cari distrutti da un dramma indelebile. È l’esatto contrario del rispetto che, seppur con il tempo che scorre, non deve scemare nella banale semplificazione. Gli inquirenti e le autorità politiche, intervenuti con professionalità, serietà e coscienza responsabile encomiabili, hanno mostrato al mondo intero che la piccola Svizzera non lascerà nulla al caso, nulla di non indagato, non insabbierà nulla. Questa, seppur magra consolazione per chi oggi ha sul viso solo dolore e lacrime, è una realtà che non va sottaciuta o data per scontata. Va sottolineata, anche questo è cordoglio ed è rispetto. E va espressa senza urlare al mondo intero rabbia fine a sé stessa da parte di chi, magari, nutre altri, e non sempre nobili, fini. Dietro al dramma di Crans-Montana non c’è un sistema, una cultura, un modo di fare che avrebbe fallito in blocco. In democrazia non funziona così. È una tentazione ricorrente: trasformare una responsabilità individuale, appunto da cercare, in una colpa diffusa, quasi anonima e di conseguenza collettiva. La giustizia, quella vera, non funziona così. Non può e non deve funzionare così. Il nostro Paese ha costruito nel tempo una cultura della sicurezza fatta di regole, controlli, procedure e formazione. Non è una cultura infallibile, perché l’infallibilità non esiste. Ma è una cultura seria, rigorosa, che merita rispetto anche in presenza di eventi che ci vorrebbero solo fare gridare, di dolore e di rabbia. Proprio per questo, ogni incidente grave impone un dovere preciso: indagare. Con i tempi dell’indagine, con competenza, con indipendenza. Senza processi sommari, senza sentenze anticipate. Indagare non significa cercare un capro espiatorio. Significa ricostruire i fatti, stabilire eventuali responsabilità personali, distinguere tra errore umano, fatalità e lacune procedurali e operative. È un lavoro paziente, spesso ingrato, ma indispensabile. Perché solo dalla verità – non dalle impressioni – può nascere una maggiore sicurezza per il futuro.

Parlare di regole e di sicurezza è doveroso, ma va fatto con misura. Le regole non sono un feticcio, né una garanzia assoluta. Sono strumenti che funzionano solo se applicati con intelligenza e responsabilità. E la responsabilità è sempre individuale. Non appartiene a una comunità indistinta, non si eredita, non si distribuisce per appartenenza geografica o culturale. Crans-Montana resterà una ferita aperta a lungo. Non lo nega nessuno. Ma proprio per questo occorre resistere alla tentazione di trasformare il lutto in accusa e l’emozione in verdetto. La memoria delle vittime merita qualcosa di più alto: la ricerca della verità, la responsabilità personale dove c’è, l’assenza di colpe collettive dove non servono.

In tempi di rumore permanente, scegliere il silenzio operoso delle indagini è un atto di maturità civile. E ricordare che la sicurezza non nasce dalla paura, ma dalla conoscenza e dal rispetto delle regole, è forse l’unica lezione che possiamo permetterci di trarre, senza arroganza e senza scorciatoie, da una tragedia che non chiede slogan, ma serietà.

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