La volontà popolare e il gioco del Monopoli

C’è un momento nella vita politica in cui il principio democratico non può solo essere una parola comoda da sventolare e diventa un nodo da sciogliere. Il voto dello scorso settembre sulle casse malati appartiene a questa fattispecie: una decisione chiara nelle urne, ma terribilmente complessa da tradurre in atti concreti, sostenibili e coerenti di fronte a una fattura complessiva di 400 milioni di franchi annui. Per mesi si è cavalcata l’onda. Da una parte, chi prometteva un tetto ai premi ancorato al 10% del reddito; dall’altra, chi spingeva per la deducibilità fiscale integrale. Due proposte diverse, figlie di sensibilità politiche opposte, ma accomunate da un elemento: una bella promessa. Il popolo ha detto sì, sebbene questa mossa a tenaglia non permetterà neppure minimamente di intervenire sui costi della salute. E quando il popolo si esprime, in un sistema come il nostro, non ci sono molte scappatoie. E per fortuna è così, eppure è proprio qui che inizia il problema. Perché dire sì è facile. Molto più difficile è spiegare come quel sì diventi realtà senza far saltare i conti pubblici. Il Consiglio di Stato, con il suo approccio prudente - qualcuno direbbe fin troppo - ha scelto la via della gradualità e del condizionamento finanziario. In altre parole: si applica, ma solo nella misura in cui si riesce a pagare a partire dal 2027. Una posizione che, sul piano della ragionevolezza, appare quasi banale. Ma che, sul piano politico, si scontra frontalmente con chi ha costruito il consenso sulla promessa di un’applicazione piena e rapida. È qui che i populismi speculari mostrano tutta la loro disarmante fragilità. Perché promettere è un conto, governare è un altro. E quando si passa dalla piazza alle stanze dei bottoni, il linguaggio cambia: dai proclami si passa ai preventivi, dalle parole ai numeri. Il punto è semplice, quasi brutale nella sua evidenza: le iniziative costano. E queste costano molto. Non basta evocare «Pantalone che paga», perché Pantalone, cioè il contribuente, ha un limite di sopportazione. Né è credibile immaginare che qualche risparmio trovato «con la limetta per le unghie» possa coprire misure di questa portata. Il rischio, altrimenti, è quello di raccontarsi una favola: si introduce la misura oggi e si rimanda il conto a domani. È la logica del debito pubblico che galoppa, silenzioso ma inesorabile, fino a quando qualcuno - spesso chi non ha partecipato alle decisioni - si ritroverà il conto.
E allora la domanda, quella vera, è inevitabile: è corretto, anche costituzionalmente, subordinare l’applicazione di una volontà popolare alla disponibilità finanziaria? I tecnici daranno il loro parere. Ma non sarà decisivo. Perché il nodo è politico, prima ancora che giuridico. Se davvero le forze politico-parlamentari che hanno sostenuto le iniziative ritengono quelle misure essenziali, imprescindibili, allora dovrebbero comportarsi di conseguenza. Non limitarsi a criticare il Governo per la sua prudenza, magari finanche sfiduciare pubblicamente tutti, a partire dai propri ministri. È una provocazione, perché sappiamo che mai nessuno lo farà, ma sarebbe già un grande passo per l’umanità cantonale se questi attori si assumessero fino in fondo la responsabilità. Questo significherebbe, in ultima analisi, accettare anche le conseguenze: indicare chiaramente come finanziare le misure, quali spese tagliare o quali entrate aumentare.
Invece, ciò che si osserva è un copione già visto. Si alza la voce contro l’Esecutivo, accusato di non rispettare il popolo, ma quando si entra nel merito delle soluzioni il silenzio diventa assordante. Tutti d’accordo sul problema, molto meno sulle risposte, se non quelle facili, irresponsabili e inascoltabili. E così, mentre si guadagna tempo, si prepara il terreno per la prossima campagna elettorale, dove il tema del populismo, di destra, sinistra e finanche di centro, potrà essere nuovamente agitato con toni semplici e promesse accattivanti. Il rischio, però, è che in questo gioco si logori qualcosa di più profondo: la fiducia nel sistema. E, si badi bene, non è teoria astratta. Perché se ogni decisione popolare diventa un campo di battaglia tra promesse irrealistiche e prudenza paralizzante, il cittadino finisce per non capire più dove stia la verità o la via d’uscita. E, soprattutto, chi se ne assume la responsabilità. Il nostro sistema politico, fondato sul compromesso e sulla ricerca di soluzioni condivise, non si presta ai colpi di testa. Né ai colpi di coda. Richiede pazienza, capacità di mediazione e, soprattutto, coerenza. Quella coerenza che impone di dire non solo cosa si vuole fare, ma anche come lo si intende fare. Non si costruisce sulla sabbia e, come ha saggiamente osservato il presidente del Governo Norman Gobbi, non è il gioco del Monopoli, dove i soldi non finiscono mai.


