L'America al voto, il mondo alla finestra

Nemmeno con la più fervida fantasia politico-letteraria si poteva immaginare un voto così atteso. Decisivo, importante. Forse più per chi - ed è questo un paradosso storico - non essendo americano non vota. E sta alla finestra giudicando l’elettore americano e illudendosi che gli assomigli. No, non è così. Martedì 3 novembre, alle elezioni di midterm, si rinnoverà tutta la Camera e un terzo dei seggi del Senato. Si capirà il destino degli ultimi due anni di presidenza di Donald Trump. Soprattutto se i repubblicani dovessero perdere il controllo sia della Camera (probabile) sia del Senato (difficile). Non sarebbe la prima volta per un inquilino della Casa Bianca. Accadde, per esempio, sia al democratico Bill Clinton nel 1994, sia al repubblicano George W. Bush nel 2006. Ma l’America era molto diversa e soprattutto era molto diverso il profilo caratteriale, la postura ideologica, la carica degli affari personali (prima proibiti, indicibili) del “comandante in capo”. Nessuno dei presidenti avrebbe mai pensato di contestare l’esito del voto che li riduceva alla classica “anatra zoppa”. Era la democrazia del rispetto, bellezza! Non è detto, anzi quasi sicuro che Trump denunci - come ha già fatto quando perse con Biden - ipotetici brogli e oscuri inganni. È la democrazia del sospetto, bellezza! Questa è la deriva più pericolosa a cui stiamo assistendo (non solo negli Stati Uniti): il rischio che una parte dell’elettorato non creda più all’esito del voto e consideri il vincitore un intruso, un occupante illegittimo delle istituzioni.
L’importanza della consultazione del 3 novembre è racchiusa in alcune domande che preoccupano le cancellerie di mezzo mondo. Un Trump sconfitto accentuerebbe il suo narcisismo, sprigionando raffiche di executive orders, o sarebbe più incline al compromesso politico con l’opposizione? È difficile credere alla seconda ipotesi soprattutto se i democratici iniziassero un procedimento di impeachment, peraltro con la certezza di non concluderlo. E, in parallelo, come si comporterebbe un presidente depotenziato (ma non nella sua bulimia imperiale) sui principali fronti di guerra, soprattutto nel Medio Oriente destabilizzato dal colpo andato a vuoto contro l’Iran? Non è escluso che l’interventismo cresca di intensità. Ma l’Ucraina, già abbandonata a sé stessa, difficilmente trarrebbe vantaggio da una sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato.
Gli Stati in bilico sono Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan e Texas. Contano, come sempre le condizioni economiche, tra cui l’inflazione trascinata dal prezzo del gallone di benzina e gasolio, l’umore delle minoranze etniche, la paura degli immigrati, ma vi è anche una miriade di questioni statali o prettamente locali - che l’osservatore straniero non vede o trascura - in cui i destini della democrazia e la geopolitica sono irrilevanti. Si eleggono anche 36 governatori. Sono almeno 145 le consultazioni referendarie. Sui temi più svariati: dall’obbligo di recita quotidiana delle preghiere nelle scuole (Alabama) al divieto di vendita del foie gras (Washington D.C.) a quella per una tassa una tantum del 5 per cento sulle grandi ricchezze (California). Se le delusioni dell’universo Maga indeboliscono Trump, la radicalizzazione a sinistra di molti candidati democratici lo favoriscono. Chi guarda alle elezioni presidenziali del 2028 cerca, tra i democratici il volto di un leader nazionale e fatica a trovarlo (forse il texano James Talarico?). Mentre tra i repubblicani, Marco Rubio e J.D.Vance vivono della luce riflessa di Trump al quale tutto si può rimproverare meno che non sia un leader. E tale resterà anche da sconfitto.


