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L'editoriale

L'arena di Trump dove lo show è garantito

Oggi il presidente degli USA arriva di persona al WEF di Davos all'insegna dell'«America First» - Ignorarlo? Sarebbe ideale, ma non è una strategia realistica
Gianni Righinetti
21.01.2026 06:00

Donald Trump a Davos non è più una «prima», ma rimane l’evento del World Economic Forum (WEF). È l’ennesimo capitolo del personaggio e presidente degli Stati Uniti che ha fatto della provocazione iperbolica e sistematica la sua arma di comunicazione preferita e vincente. Una sorta di marchio di fabbrica. Se c’è una cosa che il WEF - l’assemblea di globalisti, leader, CEO e diplomatici che da decenni si danno appuntamento tra le nevi dei Grigioni - dovrebbe essere coerente a rappresentare, è proprio il dialogo fra partner strategici. E invece, a Davos 2026, la scenografia del confronto tra le parti diventerà il palcoscenico per la strategia dei dazi come strumento di ricatto geopolitico, alla faccia della più nobile cooperazione. La tensione fra Europa e Stati Uniti si gioca a suon di tariffe e minacce di contromisure commerciali e Trump oggi arriverà a Davos con l’evidente intento di rimarcare la sua supremazia planetaria all’insegna di un «America First» che è il suo marchio di fabbrica. Un grido di battaglia per l’anno in corso che culminerà in novembre con le elezioni di metà mandato che l’uomo forte di Washington sta già cercando di influenzare con un martellante «day by day» senza tregua. In altre parole: questa non è Davos. È un’arena. L’arena di Trump. Sarà la terza volta in cui il tycoon sarà presente fisicamente, accadde nel 2018 da presidente degli Stati Uniti, nel pieno del suo primo mandato: allora portò gli Stati Uniti tra i globalisti per la prima volta dopo anni, annunciando un mix di «America First» e richieste di scambi commerciali più equi. Fu un ingresso inatteso, un capo di Stato che non era mai stato considerato parte del paradigma multilaterale e che, pur «open for business», disintegrava con parole e fatti l’impianto istituzionale del WEF. Nel 2025 la sua presenza fu virtuale e già allora fu una sorta di grimaldello nelle crepe transatlantiche: Trump scaricò su Bruxelles critiche dure, accusando l’UE di essere «sleale» nel trattare con grandi tecnologie e sollevando scandali ogni volta che ne aveva l’occasione.

Oggi Trump torna di persona e con la più ampia delegazione statunitense di sempre al seguito. Un primato che dice molto sul desiderio non di dialogare ma di riprogettare l’agenda di Davos attorno alla sua visione egemonica. È quasi un ritorno alle origini ma non per costruire un ponte sulla neve elvetica: piuttosto per attingere visibilità, fare show politico e ribadire che la globalizzazione per Trump è negoziata solamente da Washington, non concertata da istituzioni multilaterali che, a suo modo di vedere, avrebbero mortificato gli Stati Uniti.

I dazi per Trump non sono semplici strumenti economici, bensì un’arma psicologica per imporre la sua agenda, anche sugli alleati più stretti. Un modo tutto suo di tenere lontano e distinguersi anche da chi è di fatto più vicino. È lo stesso Trump di sempre, quello che lancia segnali di forza per mascherare dubbi, quel «Tariff Man» che vede in ogni deficit una beffa e in ogni surplus europeo una colpa. Un gioco retorico che serve a rinfocolare la sua base interna, ma a isolare gli alleati, costringendo avversari e amici a guardarsi l’un l’altro prima di guardarlo. Si crea così, nel nome dei «principi del libero mercato», un circolo vizioso di sfiducia e ritorsioni, in cui tutti si sentono obbligati a difendersi prima che a negoziare.

E qui sta il paradosso: Trump arriva a Davos come se fosse ospite d’onore, ma nella realtà porta con sé una guerra di nervi economica. Questo non è dialogo. È coercizione con la cravatta rossa. Trump non è un ospite che porta soluzioni multilaterali. Porta in dote imprevedibilità e cavalca proprio quella, perché nelle contraddizioni altrui trova il carburante per la sua narrativa. A Davos 2026, il significato della sua presenza è poliedrico: per lui, un trampolino per riaffermare l’«America First»; per l’Europa, una pietra di inciampo che richiede risposte politiche forti; per i Paesi non occidentali, un monito che la leadership statunitense non è più affidabile come una volta. Trump si esalta con la critica, le accuse dirette all’Europa e quelle insinuazioni di slealtà perché ogni polemica riconferma il suo ruolo di protagonista nel dramma globale.

Se c’è una morale da trarre da questa stagione di tensioni, tra dazi, strategie geopolitiche e dispute commerciali, è che l’indifferenza strategica potrebbe essere la risposta più efficace all’«effetto Trump». Mantenere lo sguardo freddo è ciò che sarebbe davvero difficile per lui da gestire. Ma purtroppo è un obiettivo ideale ma non realistico. E allora fuoco alle polveri e allo show. A Davos arriva Trump.

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