Le banche centrali tra guerra e inflazione

Quella in corso è stata definita dagli analisti la «super settimana delle banche centrali». Nel giro di pochi giorni si riuniranno, tra oggi e domani, tre delle principali istituzioni monetarie occidentali: la Federal Reserve statunitense, la Banca centrale europea e la Banca nazionale svizzera. Un calendario già di per sé cruciale, che si inserisce però in un contesto particolarmente delicato, segnato dall’incertezza geopolitica legata alla guerra nel Golfo Persico e dal rischio di ulteriori pressioni sui prezzi dell’energia. Il prezzo del barile di petrolio, per esempio, è ormai al di sopra dei cento dollari. Il punto di fondo è semplice: se il conflitto dovesse spingere, per un periodo lungo, ancora più in alto i prezzi del petrolio e del gas, l’inflazione globale potrebbe tornare a rafforzarsi proprio mentre le banche centrali avevano iniziato ad allentare la politica monetaria.
La riunione della Federal Reserve, prevista per questa sera, non dovrebbe portare cambiamenti immediati del costo del denaro. Il consenso degli analisti prevede infatti il mantenimento dei tassi nell’attuale intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%. Più che la decisione in sé, i mercati guarderanno però al tono della comunicazione della banca centrale americana. L’economia degli Stati Uniti continua, infatti, a mostrare un certo grado di resistenza superiore rispetto alle altre grandi aree economiche, con una crescita ancora solida e un mercato del lavoro robusto. Almeno, così dicono i dati ufficiali. Questo contesto offre alla Fed un margine di manovra maggiore: se il rincaro dell’energia dovesse alimentare pressioni inflazionistiche, l’istituto monetario potrebbe permettersi di mantenere i tassi elevati più a lungo, rinviando eventuali tagli previsti nel corso dell’anno. In altre parole, il rischio principale è quello di un ritorno alla strategia di tassi più alti per un periodo più prolungato. Non proprio ciò che desidera Donald Trump, che da sempre cerca di influenzare le scelte di politica monetaria della Fed.
La situazione appare più complessa per la Banca centrale europea, che si riunirà domani, 19 marzo. Anche in questo caso il consenso di mercato punta su una pausa, con tassi invariati ai livelli attuali. Tuttavia, l’Eurozona si trova in una posizione strutturalmente più fragile rispetto agli Stati Uniti. Da un lato l’inflazione resta inferiore all’obiettivo del 2%, ma di poco (1,9% a febbraio); dall’altro la crescita economica appare debole e disomogenea tra i diversi Paesi membri. Un eventuale aumento significativo del prezzo del petrolio rappresenterebbe quindi un doppio shock: alimenterebbe le pressioni inflazionistiche, ma allo stesso tempo rischierebbe di vanificare la già debole crescita. In questo contesto, la BCE potrebbe trovarsi con margini molto limitati. L’attenzione degli investitori si concentrerà soprattutto sulle nuove proiezioni macroeconomiche, che offriranno indicazioni sul percorso atteso dell’inflazione e sulla tempistica con cui la banca centrale prevede di riportarla stabilmente verso l’obiettivo del 2%.
Nella stessa giornata si riunirà anche la Banca nazionale svizzera. Le attese indicano il mantenimento del tasso guida allo 0%. La Svizzera presenta un quadro molto diverso rispetto agli Stati Uniti e all’Eurozona: l’inflazione rimane contenuta e, nelle fasi di tensione geopolitica, il franco tende a rafforzarsi. Proprio questo elemento rappresenta la principale preoccupazione. Un eccessivo apprezzamento della valuta elvetica penalizza le esportazioni e comprime la dinamica dei prezzi interni. Per questo motivo la BNS potrebbe adottare un linguaggio più deciso riguardo alla possibilità di intervenire sui mercati valutari qualora il rafforzamento del franco dovesse diventare insostenibile per le PMI votate all’export.
Sullo sfondo, oltre alle note e persistenti tensioni geopolitiche, c’è anche un altro pericolo incipiente. Cresce infatti il timore di una crisi finanziaria innescata dal cosiddetto private credit (prestiti erogati da fondi non bancari a imprese spesso già molto indebitate). È un tema caldissimo tra le istituzioni monetarie e finanziarie. Nelle ultime settimane, infatti, un’esplosione di richieste di riscatto ha colpito i fondi di giganti come Blackstone, BlackRock e Blue Owl, accendendo più di un campanello d’allarme. Il settore, noto anche come shadow banking (finanza ombra), è passato da circa 300 miliardi di dollari nel 2010 a oltre 1.700 miliardi di oggi. Poiché questi fondi non sono banche, non sono soggetti alle stesse rigide regole di capitale. Se molte imprese smettono di rimborsare i debiti contemporaneamente, il colpo finisce dritto nei portafogli di assicurazioni e fondi pensione che lì hanno investito, e anche di molti investitori retail. Come spesso accaduto nella storia recente, il via a una crisi è dato da un eccesso di debito. In questo caso, ancora una volta, privato.


