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L'editoriale

Le due facce di un errore che andava corretto

Storie di politica cantonale: il compromesso sul salario minimo e l'ottusità politica sulla tassa sulle cure a domicilio
Gianni Righinetti
30.04.2026 06:00

C’è una fotografia nitida che ci è rimasta in mente dall’ultima sessione del Gran Consiglio. Due volti della politica: uno strappa sorrisi, l’altro decisamente meno. Da una parte la capacità - rara, ma non impossibile - di trovare un accordo lineare su un tema sensibile come il salario minimo. Dall’altra, il riflesso peggiore: quello di una politica astiosa, puntigliosa, culminato nel rifiuto di rimettere mano alla controversa tassa sulle cure a domicilio entrata in vigore il 1. aprile. Ne esce l’immagine di un Parlamento dalle due facce, quasi incapace di decidere quale identità assumere quando la posta in gioco riguarda la qualità di vita delle persone, in particolare degli anziani. Una constatazione che dovrebbe far riflettere, perché se il compromesso dimostra che lavorare insieme è ancora possibile, la testardaggine evidenzia quanto sia facile imboccare la strada opposta. E la testardaggine, si sa, non è mai un buon viatico, soprattutto quando rischia di tradursi in scelte poco lungimiranti.

L’ampio accordo sul salario minimo aveva acceso una speranza: che la legislatura non fosse già archiviata e che ci fosse ancora spazio per fare, non solo per parlare o per difendere il proprio orticello. Un’illusione. Un sogno di primavera, di quelli che finiscono all’improvviso, svegliati dai tuoni fuori stagione. Perché la storia della tassa sulle cure a domicilio è, prima di tutto, una storia triste. Molto contabile, poco umana. E anche poco strategica, perché interviene su un ambito delicato senza affrontarne davvero le cause profonde. Il meccanismo è noto: 50 centesimi ogni cinque minuti di cura, fino a un massimo di 15 franchi al giorno. Un modo per fare cassetta che lascia perplessi. Non tanto perché tutto debba essere gratuito, ma perché si interviene e si incide su una categoria fragile. Persone che vivono ancora a casa propria, che mantengono una certa autonomia, ma che hanno bisogno di assistenza. E quella visita non è solo una prestazione sanitaria: è anche un momento di contatto, di relazione, di umanità. È un filo sottile che tiene insieme dignità e quotidianità. Colpire nel borsellino significa rischiare di isolare ulteriormente i più fragili. Si può e si deve guardare ai conti pubblici. È doveroso. Ma accanirsi sull’anello più debole della catena sociale non è una soluzione convincente. Anzi, è il segnale che qualcosa, nel ragionamento di fondo, non funziona. Forse manca una visione più ampia, capace di coniugare sostenibilità finanziaria e giustizia sociale senza mettere le due in contrapposizione. In questo contesto si inserisce anche il comportamento del PS. Forse nel tentativo di recuperare credibilità agli occhi di chi aveva letto l’accordo sul salario minimo come una resa, a sinistra si è scelto il registro della piazza. Applausi dalle tribune, toni accesi, dinamiche da stadio. Non è stato uno spettacolo edificante. L’aula parlamentare non è una curva, e il pulpito non è un megafono per arringare la folla. La politica, quando scivola nella teatralità, perde forza. Quella gazzarra è figlia della miopia più profonda.

Basta tornare indietro di pochi mesi, a quel breve frammento di dibattito dicembrino, quando la misura ora contestata veniva discussa quasi sottovoce. Allora prevaleva il silenzio, per non mettere a rischio l’equilibrio del Preventivo 2026 “per pochi spiccioli”. Nessuno ha davvero voluto approfondire, nessuno ha osato alzare la mano, forse per convenienza. Oggi, invece, il rumore è assordante. Ma il punto è proprio questo: la politica non può permettersi di essere rumorosa a posteriori e muta quando serve. La coerenza non è un optional, è la base di ogni credibilità. Se una misura è sbagliata, lo era ieri come lo è oggi. E di fronte a uno sbaglio si interviene, non si aspetta che l’onda emotiva si ritiri per poi agire a freddo. Anche perché, spesso, a freddo non si agisce più, e ciò che resta è solo il rimpianto di non aver fatto abbastanza quando era il momento giusto. Il direttore del DSS, Raffaele De Rosa, ha ricordato che la misura “non nasce da un capriccio”. È un’affermazione comprensibile. Ma resta una domanda: se per correggere un sistema che mostra limiti si sceglie di intervenire proprio sui più fragili, invocando una condivisione della responsabilità, non è forse il segno che la logica si è inceppata? La sessione parlamentare ha lasciato dunque un messaggio chiaro. Il compromesso sul salario minimo dimostra che un’altra politica è possibile: pragmatica e concreta. La vicenda della tassa sulle cure a domicilio evidenzia invece il rischio opposto: quello di chiudersi nelle proprie posizioni, perdendo di vista le persone, riducendo tutto a una questione di cifre ed equilibri interni. Resta una speranza. Che il primo volto, quello migliore, non rimanga un unicum. E che il secondo non diventi la regola. Perché tra conti e coscienza, la politica è chiamata ogni giorno a scegliere da che parte stare. E, prima o poi, quella scelta presenta sempre il conto.