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L’editoriale

Le grandi catastrofi e il ruolo dei sindaci

Il processo per la frana del Pizzo Cengalo fa emergere i limiti del sistema di milizia svizzero
Giona Carcano
27.08.2026 06:00

Anna Giacometti, l’allora sindaca di Bregaglia, può essere ritenuta in parte responsabile per la morte di otto escursionisti travolti dalla frana del Pizzo Cengalo? È la domanda a cui il processo per la catastrofe di Bondo dovrà dare una risposta. Il processo per omicidio colposo plurimo riporta al centro del dibattito una questione fondamentale: i limiti del sistema di milizia svizzero, uno dei pilastri del nostro ordinamento politico. Un modello pragmatico, vicino ai bisogni delle comunità, di fronte a eventi del genere scricchiola. Ci si chiede infatti fino a che punto un sindaco, in particolar modo di un piccolo Comune, possa essere ritenuto responsabile per sciagure di questo genere. Detto altrimenti: Giacometti aveva i mezzi e le conoscenze per chiudere i sentieri che conducevano alla Val Bondasca prima del disastro?

La sentenza del tribunale regionale di Maloja, attesa il 4 settembre, potrebbe fare scuola, in un senso o nell’altro. E questo perché tocca da vicino un intero sistema di incarichi politici comunali svolti secondo il principio di milizia, che coinvolge circa 100mila persone. Un sistema particolarmente prezioso per le regioni di montagna, che vivono più di altre i rischi derivanti dai disastri naturali spesso riconducibili al cambiamento climatico. La difficoltà degli amministratori nel valutare autonomamente rischi di questo tipo emerge anche dallo stesso processo. «Non sono una geologa», ha sottolineato Giacometti. Il suo legale è andato oltre, affermando che la valutazione dei rischi spettava agli organi cantonali: «Un Comune non ha i mezzi e l’esperienza per valutare il rischio di una frana. Nel 2017 era il Cantone che aveva la gestione in questo settore. Al Comune spettava invece decidere se chiudere la valle», ma questi elementi non sono stati forniti dai tecnici. In breve: gli amministratori hanno semplicemente ascoltato e accolto le raccomandazioni degli esperti. È proprio questa relazione tra responsabilità politica e competenza tecnica a essere oggi al centro del dibattito.

Indirettamente, quindi, la vicenda del Pizzo Cengalo solleva il tema della protezione giuridica di chi svolge questo ruolo. Quali sono le tutele di un sindaco di fronte ai disastri naturali? Carmelia Maissen, presidente della Conferenza dei governi dei Cantoni alpini, come si può leggere nel servizio a pagina 2, è netta: «I rappresentanti comunali dovrebbero poter usufruire di un sostegno quando sono esposti ad azioni legali».

In Svizzera si sta discutendo di assicurazioni di tutela legale per gli organi politici. Un provvedimento, anche alla luce del processo per la frana di Bondo, necessario per provare a frenare un fenomeno che alla lunga potrebbe minare lo stesso sistema di milizia: il disinteresse delle persone per ruoli di politica comunale. Senza garanzie per tragedie di questa portata, chi si assume il rischio di mettersi in gioco a livello di enti locali?

I problemi della politica di milizia sono ben descritti anche da Wanda Dadò e Gabriele Dazio, in prima linea durante l’alluvione in Vallemaggia. Dadò, ad esempio, sottolinea le crescenti richieste agli amministratori locali da parte dei livelli superiori. Una realtà che complica il lavoro di sindaci e municipali, togliendo tempo e risorse. Anche in Ticino, senza una suddivisione dei compiti più equa e responsabile tra Cantone e Comuni, si rischia di non trovare più persone disposte a servire la comunità.