Le promesse da campagna e la fiducia degli elettori

La resa dei conti è ormai vicina, domani si paleserà la volontà degli elettori di ogni cantone, che contribuirà a definire i rapporti di forza alle Camere federali. Prima di conoscere il nome degli eletti ticinesi al Consiglio nazionale e la graduatoria al primo turno dei candidati al Consiglio degli Stati, in attesa della finalissima da playoff di metà novembre che decreterà i due vincitori, c’è un dato che è atteso con un misto di curiosità e rassegnazione. Quanti elettori finiranno per adempiere al proprio diritto-dovere civico di esprimere un voto alle urne? Ad inizio settimana, sulla scorta del voto per corrispondenza nei principali Comuni ticinesi, si era «mobilitato» all’incirca il 14%, in lieve flessione rispetto a quattro anni fa. Allora, complessivamente, a dire la sua era stato il 49,61% degli aventi diritto di voto, con un tonfo degno di nota rispetto al 54,4% registrato nel 2015. Gli analisti e i sondaggisti prevedono che anche questa tornata si chiuderà con il segno «meno», radicando un fatto che in molti Cantoni è già realtà da un pezzo: ad eleggere i rappresentanti dei ticinesi nei due rami del Parlamento federale sarà sempre più una minoranza degli elettori, mentre la maggioranza degli stessi ignora bellamente, oppure curiosa e poi getta nella carta il materiale di voto. Molti sono i motivi: lo scollamento tra istituzioni e cittadino, con quest’ultimo che afferma spesso «tanto fanno sempre come vogliono loro», l’assenza di appeal dei partiti, vecchi o nuovi che siano e il deficit di personalità in grado di motivare, convincere e stimolare il dibattito pubblico emergendo dalla strisciante mediocrità. Chi si ostina a ritenere che il problema sia la nostra struttura democratica e lo strumento dei partiti, sottace la realtà dei fatti: i partiti e le idee hanno un solo referente, le persone chiamate a forgiarne la sostanza. Se dal profilo umano si registra una sostanziale debolezza, non potranno esserci strutture forti. A cascata il discorso vale per le liste elettorali, costruite sulla logica della rappresentanza geografica e non sulla forza di persuasione politica. Poi, quando si trova il coraggio di mettere sulla stessa lista uomini (ma in questa tornata soprattutto donne) capaci e con visioni divergenti sul ruolo dello Stato e nel modo di porsi nella nostra società, accade che le stesse si prestino a un appiattimento delle proprie idee, privilegiando l’apparire rispetto all’essere, finendo per veicolare ognuno(a) solo il proprio slogan che colpisce la prima volta, genera indifferenza la seconda e stufa alla terza lettura.
Se c’è qualcosa che, lo dobbiamo ammettere, è (fortunatamente) mancato in questa volata rispetto a quelle passate, sono le promesse da campagna (il parallelismo con le promesse da marinaio non è casuale). Anche perché, va detto chiaro e tondo, avere la pretesa di andare a Berna a picchiare i pugni sul tavolo con la presunzione di imprimere una svolta a 360 gradi alla politica federale sarebbe arrogante e illusorio. Facendo la voce grossa non si ottiene nulla, lo hanno detto a chiare lettere gli uscenti e non ricandidati: Marco Romano (Il Centro) e Rocco Cattaneo (PLR). E questa, se vi pare, chiamatela maturità, realismo e onestà politica che fa onore ai principali candidati di questo particolare giro di giostra per conquistare quel palcoscenico federale più ambito. Ma alla fine, dopo il gran ballo delle candidature, sempre solo dieci saranno gli eletti. E, c’è da scommettere, in buona parte si tratterà degli uscenti. Di fronte a questo scenario che andrà delineandosi entro la serata di domani, chiediamoci che senso ha lo schieramento di tanti «candidati soprammobile» che non hanno nessuna chance e si trovano lì per un minuto di presunta gloria, magari sognando un’ospitata televisiva. Il fenomeno delle sottoliste ha generato il teatrino dei candidati dell’assurdo. Uomini e donne presenti in formazioni inventate di sana pianta dagli apparati dei partiti per dare l’illusione che oltre al nome originale c’è tanto altro: persone, sensibilità e sogni realizzabili. Ricordiamo che nessun candidato di una sottolista potrà mai ambire a un seggio a Berna, mentre per l’elettore il blocchetto delle schede con partiti che presentano in partenza lo stesso nome identitario, successivamente declinato nelle più svariate sensibilità, produce un solo effetto: genera confusione, induce ad errori di voto rispetto alla volontà personale, disincentiva ad andare a votare e fa crescere il sentimento di sfiducia. Più schede non significa più democrazia e se, come si mormora in queste settimane, uno dei primi atti che verranno depositati a Berna da chi arriverà o verrà confermato sarà finalizzato ad affossare questa perversione elettorale, si potrà iniziare il quadriennio bernese con un convinto applauso.


