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L'editoriale

L'epica del ciclismo ci invita ad osare

Il fascino epico di una grande corsa a tappe lo si misura, certo, dalle imprese dei protagonisti, ma anche (e soprattutto) dall’entusiasmo dei tifosi e dalle bellezze del territorio
Alan Del Don
23.05.2026 06:00

Il fascino epico di una grande corsa a tappe lo si misura, certo, dalle imprese dei protagonisti, ma anche (e soprattutto) dall’entusiasmo dei tifosi e dalle bellezze del territorio. Il ciclismo è lo sport popolare per antonomasia. Vasco Pratolini, che seguì il Giro d’Italia a cavallo fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del decennio seguente per conto di alcuni quotidiani, vide addirittura nella bicicletta l’emancipazione della classe operaia. Un mezzo che, allora, spalancava le porte alla modernità e all’avventura, come aveva già avuto modo di scrivere anni prima il suo collega Alfredo Oriani. Ci furono poi Dino Buzzati (per il quale Fausto Coppi era Achille e Gino Bartali, suo connazionale e rivale, Ettore, come nella battaglia dell’Iliade di Omero) e Pier Paolo Pasolini (secondo lui non c’erano differenze fra il corridore e l’uomo: entrambi fanno fatica, entrambi hanno storie da raccontare, una vita da portare al traguardo possibilmente senza contrattempi). Per Roland Barthes il Tour de France non era «solo» una competizione, ma una «fiaba nazionale». Un romanzo che vede nei cittadini, quindi, dei primattori. «La Grande Boucle est une épreuve de surface qui plonge ses racines dans les grandes profondeurs», sosteneva l’inviato de L’Équipe Antoine Blondin.

Quelle radici che, in Ticino, sono ben salde alla terra, per ricordare un vecchio slogan. Paesaggi. Cultura. Comunità. Memoria. È tutto questo, il ciclismo. Ne avremo la riprova fra pochissimi giorni. Martedì 26 maggio un cantone intero si fermerà per la tappa Bellinzona-Carì del Giro d’Italia. Sarà la metafora dell’identità collettiva. Lo sport è resilienza. La fatica come condivisione. I 22 tornanti che porteranno la carovana fin lassù, ai 1.650 metri di altitudine della località medioleventinese, rappresentano lo specchio della società. Gli ostacoli della vita che ognuno di noi, prima o poi, è chiamato a superare. Ma sono altresì il simbolo dell’unità di un Paese. Partenza dalla capitale ed arrivo, dopo 113 chilometri ed un dislivello di 3.000 metri, in montagna.

Le distanze tra città e periferia si azzerano (ma, per favore, non ditelo a Jonas Vingegaard ed al resto del gruppo). Nella quotidianità le scorciatoie non esistono. Ci sono le salite, ma pure le discese. E i fuggitivi, quei «folli» romantici che scattano appena dopo il via con la speranza di arrivare braccia al cielo dopo aver compiuto l’impresa (Albert Bourlon, al Tour del 1947, percorse 253 chilometri in solitaria da Carcassonne a Luchon!), sono gli eroi che osano. E che guadagnano la stima e l’affetto del pubblico, forse più di quell’alieno di nome Tadej Pogacar che sta riscrivendo la storia di questo splendido sport.

I campioni che siamo abituati a vedere, sudati e stremati, davanti al televisore, li avremo lì, a due passi. L’occasione è ghiottissima. Per noi. E per il Ticino. Il Giro d’Italia garantisce una vetrina internazionale - restando al ciclismo - seconda soltanto al Tour de France. Il cantone sarà vestito a festa. Tutto esaurito negli alberghi. Il turismo gongola. Le ricadute importanti, in particolare in prospettiva. Lo sforzo immane del Comitato organizzatore (con alla testa l’instancabile presidente della direzione generale di BancaStato Fabrizio Cieslakiewicz) dovrà essere ripagato dalla partecipazione del pubblico. Siamo sicuri che il passionale «popolo del pedale» risponderà presente, e in modo importante. Ci perdonerà, da lassù, l’inarrivabile Umberto Eco se storpiamo il suo capolavoro: per un giorno il Ticino sarà nel nome della Rosa.