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L'editoriale

L'Europa non confonda la prudenza con l'attesa

Il voto negli USA e la necessità del vecchio continente di «darsi una mossa»
Gianni Righinetti
06.11.2026 06:00

La sconfitta è arrivata. L’umiltà, per ora, no. I democratici hanno tolto a Donald Trump una maggioranza amica. Dal canto suo il presidente ha riconosciuto il risultato e detto che gli avversari hanno fatto un buon lavoro. Poi, tronfio come suo solito, ha precisato che non è una bocciatura personale. È una concessione con il freno a mano tirato. Della serie, il verdetto sì, la responsabilità mai. Si accetta il risultato, ma con una postilla: i candidati erano deboli, i giornalisti remavano contro, anche quelli un tempo amici, insultati senza pudore in diretta planetaria. Trump resta Trump, anche quando perde. È più debole ma non scomparso: resta presidente e conserva poteri importanti. Sull’immigrazione poi, ama sempre le profezie da comizio, dando contro all’Europa con le porte spalancate e con Francia e Italia dipinte addirittura come nazioni al tramonto, trascinando così nel baratro l’intero Continente. I soliti vaneggiamenti trumpiani, una caricatura venduta come una fotografia. Appare fin risibile constatare che a giudicare la politica migratoria in Europa sia colui che ha perso le midterm anche sull’onda di interventi migratori draconiani, violenti e senz’altro irrispettosi. E, more solito, cala lezioni. Il voto negli USA non è stato un referendum su un solo tema: gli americani hanno giudicato anche prezzi, guerra, sanità, lavoro e fiducia nel presidente. La sconfitta repubblicana e l’elezione di senatori democratici negli Stati contesi dicono che la linea di Trump non è un assegno in bianco. L’economia dipende anche da chi arriva da fuori: nei campi, nei cantieri, negli alberghi, nella cura delle persone. Non è una concessione ideologica, ma una realtà. Pensare che gli elettori siano pronti a fare ogni lavoro duro e poco pagato è una scommessa che merita meno slogan e più ascolto. In Europa e in Svizzera sappiamo che la migrazione, per il nostro sistema-Paese è una necessità. Poi, diciamolo, sarebbe troppo bello immaginare di attrarre solo ciò che è buono e «utile». È sempre una questione di testa e di misura. Ma anche di rispetto.

Alla luce del voto negli USA l’Europa deve però smettere di confondere la prudenza con l’attesa: occorre parlare con la nuova maggioranza e mantenere aperto il canale con la Casa Bianca. Ma gli Stati Uniti possono fare a meno dell’Europa? Possono dirlo in un comizio, lo può sbandierare Trump con la sua verve autentica fatta di «bastone, carota e fanfaronate». La realtà è per contro ben altra, perché mercati, alleanze, intelligence e capacità industriali non si sostituiscono con uno slogan. L’Europa, però, non viva di nostalgia: si difenda meglio e tuteli i propri interessi. Tenendo ben presente che dialogare con i vincitori non significa scommettere sulla fine di Trump: anche se da gennaio 2027 il nuovo Congresso sarà un interlocutore decisivo, non da ultimo per il ginepraio dei dazi.

Intanto la prima regola è diffidare dall’apparente testa abbassata, perché anche quando riconosce una sconfitta, prova a trasformarla in un torto subito. Quando minaccia l’Europa, pretende che l’Europa resti alleata. Quando promette dazi salvifici, non può garantire che il conto non arrivi ai suoi elettori. Il trumpismo, però, non è stato sconfitto una volta per tutte. È un modo di fare politica che si nutre di rabbia, identità e sfiducia, e sopravviverà al risultato di una notte. Intanto osserviamo, senza alcun trasporto emotivo, la resa dei conti in casa repubblicana e a qualche suo delfino che si defila perché i prossimi due anni avranno un solo scopo. Arrivare pronti il 7 novembre del 2028, quando si giocherà la partita che conta, la designazione del nuovo inquilino della Casa Bianca per il quadriennio successivo. Per questo il voto non invita a festeggiare da questa parte dell’Atlantico. Invita a capire il messaggio, a dialogare con chi ha vinto e a non scambiare l’indebolimento del presidente con la sua uscita di scena. Trump resta alla Casa Bianca. Ma da oggi dovrà fare i conti con un Congresso che non gli deve obbedienza. E gli europei, Svizzera geograficamente compresa, dovranno smettere di aspettare chissà cosa da Washington: meglio prepararsi a trattare con l’America che c’è, senza paura e senza illusioni.