L'imbarazzo del Ticino nel triangolo delle polemiche

Tra Svizzera, Italia e Ticino si è creato, negli ultimi mesi, un vero e proprio triangolo delle polemiche. Non di quelli romantici, ma di quelli che fanno scintille a ogni angolo. Gli attori protagonisti? Tutti: le istituzioni, la politica, l’economia e finanche la diplomazia. E la sensazione è quella di un incrocio impazzito dove le questioni si accavallano senza che nessuno riesca davvero a mettere ordine. Prendiamo il caso di Crans-Montana. Poi la tassa della salute e il dossier dei ristorni dei frontalieri. Aggiungiamo la legge di bilancio italiana che, senza troppi complimenti, ci prende a schiaffi. E, come se non bastasse, la partita tutta interna alla Confederazione sulla perequazione finanziaria tra Berna e i Cantoni: una solidarietà federale che, almeno vista da sud delle Alpi, sembra aver perso la bussola. Il risultato è che il Ticino si ritrova oggettivamente penalizzato rispetto ad altre realtà comparabili. Sullo sfondo c’è una domanda inevitabile: che cosa sta succedendo? Come se ne esce? La quadratura del cerchio non è semplice. Da una parte c’è la tentazione alla battaglia: non farsi mettere i piedi in faccia da nessuno. Dall’altra la consapevolezza che, senza dialogo e senza un minimo di capacità di capirsi il rischio è quello di continuare a girare in tondo. A fare da sfondo c’è la vecchia storiella dell’amicizia tra la Svizzera (e quindi il Ticino) e l’Italia. Una narrazione che funziona bene nei comunicati ufficiali e nelle foto di rito. Ma nella realtà dei fatti quell’amicizia vale soprattutto quando gli interessi reciproci coincidono alla perfezione. Come l’ultimo pezzo del puzzle che si incastra al posto giusto: improvvisamente arriva il tripudio, con tanto di produzione di endorfine, serotonina e dopamina. Ma quando i pezzi non combaciano, l’idillio evapora con sorprendente rapidità. Va anche detto, con un pizzico di onestà intellettuale, che le tensioni maggiori raramente sono tra Svizzera e Italia nel loro insieme. Più spesso sono tra il Ticino e i vicini della penisola. Una questione tutta latina, emotiva, sanguigna. I confederati d’oltre San Gottardo osservano il tutto con una certa distanza: non la sentono e non la vivono con il nostro stesso trasporto. Crans-Montana ne è l’esempio perfetto. Una vicenda che ha coinvolto subito un Comune preciso, un Cantone ben identificato e solo di riflesso (e in modo mediaticamente forzato) lo Stato e la nazione svizzera.
Nel frattempo, resta sul tavolo la minaccia di congelare parte dei ristorni dei frontalieri. Tema sul quale Berna, per ora, non sembra avere alcuna voglia di prestare orecchio alle rivendicazioni ticinesi. Così come resta aperta la partita sulla perequazione: quei 10 milioni di franchi che il Ticino incassa in meno rispetto a quanto ritiene sarebbe giusto. C’è speranza? Forse. Ma attenzione a non coltivare illusioni. La concorrenza tra Cantoni è forte e non sarà certo la minoranza francofona a darci una mano. Quanto alla maggioranza germanofona, anche quella più solida economicamente, pensare che si mobiliti compatta per la causa ticinese rischia di restare poco più che un sogno. Insomma, «mala tempora», verrebbe da dire senza troppi giri di parole. Proprio per questo serve un Governo cantonale forte, coeso e soprattutto propositivo. Non soltanto rivendicativo. Perché la tentazione di trasformare ogni dossier in una disputa permanente è forte, ma alla lunga logora e non produce risultati. Giocare sempre di rimessa, per paura di finire come l’agnello sacrificale, rischia di diventare una strategia sterile. Il Ticino è un Cantone marginalizzato? Gli indizi non mancano e portano a rispondere di sì. Stretti nella morsa di decisioni che arrivano da Berna e da Roma, con la prima che nei suoi equilibri interni guarda alla potente Lombardia come interlocutore di peso, mentre sul tavolo federale il Ticino resta una pedina piccola. Ammettiamolo. È anche una questione di Nord e Sud? La tentazione di rispondere «of course» è forte. Ma qui sta anche la nostra particolarità. In Svizzera, contrariamente a quanto accade altrove, il federalismo non è un semplice slogan da campagna elettorale: è un meccanismo concreto che offre strumenti e spazi d’azione. Sta a noi usarli. Rafforzare il Ticino senza trasformarlo in un Cantone piagnone significa giocare una partita più ambiziosa: quella di diventare davvero una cerniera geopolitica tra due mondi. Tra la Svizzera e l’Italia, tra il Nord e il Sud, tra l’efficienza elvetica e l’energia lombarda. Se riuscissimo anche solo ad avvicinarci a questo ruolo, è facile immaginare che cambierebbe anche il nostro peso nei rapporti con Berna e con gli altri Cantoni. In politica, come nella vita, il rispetto lo si conquista prima di tutto dimostrando di contare qualcosa. E il Ticino, se vuole uscire dal triangolo delle polemiche, deve tornare a ricordarlo prima di tutto a se stesso.


