L’inchino a Donald Trump non è diplomazia ma servilismo

Il World Economic Forum nasce come tempio del dialogo globale. A Davos si dovrebbero incontrare le élite per parlarsi, capirsi, magari anche contraddirsi con garbo. Poi arriva Donald Trump e il tempio diventa un pulpito. E lui, dal pulpito, predica. Non dialoga. Non ascolta. Sentenzia. Trump ha calpestato il palco del WEF con la stessa arroganza con cui un tiranno gentile dice «buongiorno» e si aspetta un applauso. Ad accoglierlo a Davos c’era un tappeto rosso e personalità dalle quali ci saremmo attesi un atteggiamento ben diverso. Nascondersi dietro alla forzatura di essere ospitali con gli ospiti e diplomatici anche quando fanno i cafoni e ci prendono a pesci in faccia è un modo che non riusciamo a fare nostro perché incivile. Trump non conosce confini e non riconosce nessuno. Al mondo c’è solo lui e gli Stati Uniti. Al WEF è apparso come se parlasse ad un’assemblea di azionisti recalcitranti: tono da amministratore delegato infastidito, gestualità da capo che non ammette repliche, contenuti che oscillano tra l’iperbole e lo strafalcione. L’America al centro di tutto, gli altri ai margini, possibilmente grati e genuflessi al cospetto del suo ciuffo ribelle. È la geopolitica secondo Trump: una lavagna con un solo nome scritto in grassetto e il resto in minuscolo. Irritante è poi sentirlo parlare della Svizzera, con quella condiscendenza di facciata che si riserva ai Paesi magari simpatici, ma irrilevanti, da sbeffeggiare. Senza di noi, ci dice Trump, non sareste nulla. Peccato che Davos non sia Mar-a-Lago e che la Confederazione non sia un suo club privato. Ma il concetto, per Trump, è secondario: ciò che conta è affermare la propria superiorità, anche a costo di scivolare nel ridicolo.
A lui piace ridicolizzare chiunque e la nostra consigliera federale Karin Keller-Sutter è il suo bersaglio preferito se pensa alla Svizzera, una derisione che tradisce più il carattere di chi parla che quello di chi viene insultato. «Aggressiva», «fastidiosa», «non so che ruolo avesse». Il solito copione che sfoggia il supermacho nei confronti di chi non si piega. Tanto onore a Keller-Sutter tra le poche, o l’unica, che ha mantenuta intatta la sua dignità e di riflesso quella della nostra nazione. Quando una donna non si adagia diventa scomoda. E quando non sorride, diventa antipatica. Trump non l’ha mai nascosto: apprezza la deferenza, non la fermezza. E Keller-Sutter, piaccia o meno, non appartiene alla categoria dei chierichetti. Lei, il «dittatore gentile» non lo ha mai blandito. Né nei toni né nella sostanza. E forse è proprio questo che Trump non le perdona: l’idea che qualcuno, per di più, insistiamo, donna e svizzera, possa permettersi di non farsi intimidire dal presidente degli Stati Uniti. La sua reazione non è politica, è epidermica. È la stizza di chi non tollera resistenze. In mezzo a questo teatro stona il presidente della Confederazione Guy Parmelin che per sua scelta, lo sottolineiamo, interpreta il ruolo più ingrato: quello del sorriso istituzionale. Tutto è «cordiale», tutto è «normale diplomazia». Anche quando, palesemente, non lo è. Anche quando il padrone di casa viene preso a schiaffi verbali davanti al mondo. Parmelin minimizza, rassicura, stempera. È la neutralità elevata a riflesso pavloviano. Ma a forza di stemperare si rischia di diluire anche la dignità. Quando Parmelin osserva Trump e afferma «Davos non sarebbe Davos senza Lei» avalla di fatto la politica dell’insulto di cui il presidente degli USA fa sfoggio senza pudore alcuno. Parmelin ridicolizza per interposto Trump il suo popolo, è uno schiaffo all’intelligenza di noi cittadini svizzeri. Da diverse settimane la nostra nazione e la nostra cultura tiene un dialogo fermo ma nello stesso tempo autocritico per il dramma di Crans-Montana al cospetto delle semplificazioni da Talk-Show. Stride vedere come da una parte si tenti di fare valere la ragione nel suo senso più nobile, mentre dall’altra, in nome di una diplomazia distorta, ci si inginocchi di fronte a colui che si crede il re del mondo. Nel nostro piccolo lo diciamo senza mezzi termini. Tutto questo non ci piace. Chi agisce così non ci rappresenta.
Trump se n’è andato da Davos convinto di aver vinto anche questa partita. Avrà dominato la scena, imposto la sua narrativa, insultato chi non si è inchinato. Ma resterà una domanda sospesa tra le montagne grigionesi: se il dialogo globale deve ridursi a questo, a cosa serve davvero il WEF? Forse Davos non ha un problema con Trump. Forse ha un problema con il coraggio di dire che no, così non va.


