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L'editoriale

L'inutile esercizio per guardarsi l'ombelico

Caso «Hospita-Lega»: il Ticino merita davvero questa specie di reality show istituzionale? Una CPI servirà a svelare oscuri misteri, o è solo un palco più grande per le recriminazioni di partito?
Gianni Righinetti
19.01.2026 06:00

Ombre, attacchi e cagnara. Ecco il copione perfetto in vista delle elezioni cantonali del 2027. Il Ticino è pronto a dare luce verde alla sua ultima tragicommedia: una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sul caso «Hospita-Lega». La luce verde è attesa tra una settimana in Gran Consiglio, ma è come se fosse già accesa, tanta è la voglia, finanche la smania, di procedere per direttissima con la quarta inchiesta politica del genere nella storia del Canton Ticino. Manca solo il timbro e resta da capire se conterà cinque membri o di più con l’annessione di uno o più «partitini»; verrà per contro boicottata dalla Lega e potrebbe annoverare anche una figura tecnica, nell’intento di salvare, a livello di forma, il criterio di serietà e quello d’indipendenza che non risultano essere stati considerati con sufficiente rigore. E qui arriviamo al punto: la Lega si defila, si astiene e si smarca. Motivo ufficiale? Una CPI sarebbe un «tribunale politico» ad uso e consumo degli avversari, uno strumento nato per danneggiare il partito che fu movimento, per fare inutile cagnara a pochi mesi dalle elezioni cantonali. In alternativa, i leghisti presentano un rapporto di minoranza per proporre una commissione composta solo da tecnici, perché - detto tra noi - quando i politici vogliono davvero salvare la patria, lo fanno con gli esperti, mica con i colleghi della buvette parlamentare. In Ticino, quando i politici si mettono a indagare sui politici, il rischio è che venga fuori almeno una verità. Che emerga la gazzarra, e se possibile la clamorosa pantomima. Detto questo, ribadiamo che di questa CPI ne avremmo fatto volentieri a meno, non vediamo davvero a cosa di produttivo possa tendere questa indagine in piena campagna con tutte le attenzioni concentrate sulla Lega. D’altronde, il partito che si considera «parte lesa» ha molto da rimproverarsi. Ma ben si sa, è più facile prendersela con gli altri che ammettere i propri errori. La pietra d’inciampo leghista è il famigerato «rapporto segreto» unitamente alla miscela esplosiva che si genera quando politica e affari iniziano ad andare a braccetto. La lente d’ingrandimento è pronta per passare al setaccio una vicenda che merita chiarezza, ma per la quale sinceramente non vediamo l’impellente necessità di una CPI, non scorgiamo tra le pieghe della stessa una caratura istituzionale in grado di rendere risolutivo questo passo. Essenziale è che la lente, ad uso della politica, oltre ad ingrandire non finisca per deformare.

Ora, al di là della dialettica parlamentare e delle superflue etichette (tribunale politico, verifica tecnica o arena mediatica), è lecito chiedersi: ma di che cosa stiamo parlando, esattamente? Il Ticino merita davvero questa specie di reality show istituzionale? Una CPI servirà a svelare oscuri misteri, o è solo un palco più grande per le recriminazioni di partito? Perché, ricordiamolo, l’architrave di ogni commissione parlamentare d’inchiesta è che - in fondo - si tratta di politici che giudicano altri politici. Non c’è arbitro terzo, non c’è giuria imparziale: c’è soltanto un gremio che si guarda allo specchio chiedendosi se l’ombra riflessa sia migliore di quella dell’avversario. E allora vien quasi da sorridere amaro quando si parla di «mandato» della CPI: ricostruire i fatti, verificare responsabilità, esaminare norme e direttive, valutare coinvolgimenti istituzionali. Tutte cose sacrosante se fossimo in una democrazia matura che ha già fatto i conti con gli strumenti della trasparenza. Qui, invece, sembra che stiamo scoprendo l’acqua calda: che i politici possano avere legami, che le commissioni si intreccino di relazioni e che spesso l’ombra degli interessi incrociati deformi la percezione dei fatti. Ma tutto questo già lo sappiamo da tempo. Una CPI sul caso «Hospita-Lega» così com’è concepita rischia di trasformarsi in un enorme, rumoroso, inutile cantiere di parole incrociate, di sospetti lanciati via social e di titoli roboanti. Il Ticino, se vuole davvero chiarezza, ha bisogno di maggiore trasparenza, strumenti di controllo efficaci e istituzioni che non si guardino l’ombelico ogni due per tre. Non di una nuova arena dove si discute di processi politici mentre la gente normale aspetta risposte su sanità, scuole, trasporti e futuro del Cantone. In definitiva, se l’obiettivo è fare chiarezza e non spettacolo, forse dovremmo smettere di giocare ai processi politici e iniziare a trattare i problemi per quello che sono: problemi concreti, che riguardano la nostra comunità. Una CPI non deve diventare un girone dantesco dove sfilano accuse e controaccuse, serve a poco se chi parla ha i propri interessi di bottega nella tasca dei pantaloni. E questo, nel Ticino di oggi, è più tangibile di qualsiasi dossier segreto. Corriere del Ticino 

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