L'iperbolico che da Davos parla ancora all'America

La versione di Trump. Si potrebbe riassumere in queste poche parole il lungo intervento – molto atteso – del presidente degli Stati Uniti davanti ai delegati del WEF di Davos. E Trump, più da uomo di comunicazione qual è, non ha deluso le attese. Ci si aspettava toni forti e iperboli ardite? Sono stati accontentati. Trump ne ha avute per tutti – la NATO e l’Unione europea – tranne che per gli avversari geopolitici veri e propri, come Cina e Russia.
Secondo il presidente degli Stati Uniti, la NATO non aiuterebbe mai militarmente Washington in caso di bisogno, mentre gli Stati Uniti non ci penserebbero due volte a intervenire al fianco di uno degli alleati eventualmente attaccato da una minaccia esterna. Trump ha ribadito il ruolo di primo azionista degli Stati Uniti nell’Alleanza atlantica e ha ricordato la protezione militare accordata agli europei in oltre ottant’anni di storia recente. In cambio di questa protezione avrebbe chiesto una cosa minima: la Groenlandia, l’isola più grande del mondo e poco abitata, definita – confondendola con l’Islanda – «un pezzo di ghiaccio».
Un pezzo di ghiaccio che è però strategico per il controllo delle rotte artiche – militari e commerciali – ed è anche, a detta degli esperti, un territorio ricco di minerali rari e di risorse petrolifere non ancora sfruttate. Il messaggio sulla Groenlandia agli alleati europei è apparso però più morbido del solito: Trump ha ricordato che, se gliela consegneranno con le buone, gli Stati Uniti saranno contenti; altrimenti, «ce ne ricorderemo». La minaccia di prendersela con la forza militare, facendo scattare un cortocircuito logico e geopolitico in seno alla NATO, sembra dunque più smorzata.
Ma la versione di Trump, per rimanere nella metafora del divertente e noto romanzo di Mordecai Richler, non si è limitata alle liti tra alleati. L’ex presidente Joe Biden è stato evocato più volte per ricordare – a un pubblico di addetti ai lavori, tra CEO di grandi aziende, imprenditori ed economisti – che Trump avrebbe ereditato un’economia a pezzi e che l’avrebbe rilanciata in soli dodici mesi. Ora, i numeri, quando si riferiscono a grandezze economiche, non dovrebbero avere una colorazione politica di destra o di sinistra: sono numeri e basta. Eppure, il presidente degli Stati Uniti ha citato molte cifre a sproposito, dall’inflazione quasi scomparsa a una crescita del PIL che viaggerebbe al +5,4% annuo.
Un racconto che era – anche da Davos – rivolto soprattutto alla sua opinione pubblica interna, per ribadire ancora una volta la bontà della sua politica economica, frenata soltanto dall’azione della Federal Reserve, che – parole sue – per colpa del suo presidente Jerome Powell sarebbe troppo lenta a tagliare tassi d’interesse giudicati eccessivamente alti. Un conflitto, quello tra governo e banca centrale, mai sopito del tutto e che rischia – se portato all’eccesso – di mettere una pesante ipoteca sulla credibilità della politica monetaria del principale istituto di emissione al mondo. Così come a uso interno è stata utilizzata ancora una volta la retorica dei dazi, ritenuti la panacea per ridurre l’atavico ed enorme deficit commerciale statunitense con il resto del mondo. È da quando è tornato alla Casa Bianca che Donald Trump batte il chiodo dei Paesi che si approfitterebbero del mercato USA. Ha ricordato, stando sempre alla versione di Trump, la famosa telefonata del 31 luglio scorso con Karin Keller-Sutter («la prima ministra o presidente, comunque una donna», ha affermato), dopo la quale decise di portare i dazi sull’export svizzero verso gli Stati Uniti al 39%. Soltanto dopo alcuni mesi e un lavoro diplomatico parallelo tra mondo economico e mondo politico si riuscì a trovare un’intesa al 15%.
Trump ha però interpretato – lo ha detto dal palco principale di Davos – quell’accordo commerciale come una concessione a un Paese che vivrebbe solo grazie al mercato americano. Un ragionamento limitante e anche un po’ offensivo. Per noi.


