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L'editoriale

Ma il garante non può essere lo Stato

Un compromesso al rialzo, quello raggiunto dal Consiglio degli Stati - UBS lamenta ulteriori costi per 2,5 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni
Generoso Chiaradonna
23.09.2026 20:00

Non è una vittoria per UBS e nemmeno una sconfitta per il Consiglio federale, e in particolare per Karin Keller-Sutter, che ha fortemente voluto un giro di vite alla Legge federale sulle banche, soprattutto per quanto riguarda le entità finanziarie di rilevanza sistemica. Quelle indicate, per semplicità giornalistica, come too big to fail, troppo grandi per fallire. Il che non significa che non possano fallire in assoluto, ma che, in caso di difficoltà o, peggio, di dissesto, devono essere in grado di contenere il danno a loro stesse – azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre i 100 mila franchi – senza contagiare il resto dell’economia e preservando le funzioni ritenute essenziali dei pagamenti e del credito a imprese e famiglie. Inoltre, aspetto non secondario, non dovrebbero chiedere il sostegno dello Stato e quindi del contribuente.

Il Consiglio degli Stati è giunto al classico pragmatico compromesso svizzero, alleggerendo di poco la proposta governativa, che chiedeva che le filiali estere fossero garantite al 100% con capitale primario di classe 1, il cosiddetto CET1. La Camera alta ha di fatto bocciato anche la soluzione salomonica della propria Commissione dell’economia e dei tributi, che proponeva invece una copertura delle filiali estere di UBS per il 50% con capitale CET1 e per il restante 50% con i famigerati AT1: strumenti di capitale ibridi che, a determinate condizioni, possono essere utilizzati per assorbire perdite importanti. Questi titoli sono diventati tristemente noti all’indomani dell’operazione di salvataggio – o di acquisizione di Credit Suisse orchestrata dal Consiglio federale, a seconda dei punti di vista – quando la Finma ne azzerò il valore nominale, pari a circa 16,5 miliardi di dollari. Il valore di mercato era inferiore alla metà. Quella decisione è ancora subjudice del Tribunale federale di Losanna e potrebbe costare caro ai contribuenti svizzeri nel caso di accoglimento delle tesi degli investitori.

Nei giorni scorsi, il CEO di UBS Sergio Ermotti si era detto favorevole alla proposta della Commissione dell’economia e dei tributi, che a suo giudizio non penalizzava eccessivamente l’istituto rispetto ai concorrenti internazionali. Lo stesso Ermotti si è espresso più volte e pubblicamente contro la soluzione prospettata dal Consiglio federale, giudicata troppo costosa. Ancora oggi UBS, dopo il voto del Consiglio degli Stati e l’apertura di Karin Keller-Sutter alla proposta dell’aula, più rigorosa rispetto a quella della Commissione, ha ribadito il proprio no alla riforma.

Se confermata al termine dell’iter parlamentare, «la decisione del Consiglio degli Stati comporterebbe un ulteriore ed eccessivo inasprimento dei requisiti patrimoniali svizzeri, già tra i più stringenti al mondo», si legge nella nota della grande banca, che si sente tradita dopo essere stata considerata la salvatrice della patria nel marzo 2023, quando le fu di fatto chiesto di rilevare Credit Suisse per evitare che la Svizzera diventasse l’epicentro di una crisi finanziaria internazionale.

La riconoscenza di allora si è trasformata in diffidenza. Una volta che ci si è scottati con il fuoco, si tende a evitarlo. È naturale. Il Dipartimento delle finanze diretto da Karin Keller-Sutter ha quindi deciso di mettere mano alle norme too big to fail esistenti e rimaste inutilizzate nella crisi di Credit Suisse, chiedendo più capitale proprio a UBS. Creare questo cuscinetto supplementare è costoso: nell’ordine di 2,5 miliardi di dollari l’anno in termini di minori utili e maggiori accantonamenti. Per i prossimi dieci anni, per un totale di 33 miliardi di dollari, se si tiene conto anche dei 15 miliardi di capitale supplementare richiesti per l’acquisizione di Credit Suisse.

Infine, c’è un altro aspetto che vale per tutte le entità finanziarie, ovunque si trovino. Si possono rispettare tutti i requisiti patrimoniali, sia materialmente sia formalmente, ma spesso, quando una banca va in crisi, tutto parte da un crollo della fiducia scatenato da un fattore endogeno o esogeno, non sempre prevedibile. E la fiducia è il capitale principale di qualunque istituto di credito. Le leggi, le regole, le viti più strette arrivano sempre dopo che una crisi è palese e spesso correggono, a posteriori, le mancanze della crisi precedente. La prevenzione, quindi, è la migliore delle cure. A condizione che i regolatori – Finma e autorità monetarie – intervengano per tempo.

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