Mai dire raddoppio, è un azzardo e porta iella

Nella campagna per le prossime elezioni cantonali, partita con largo anticipo, è riapparsa una parola rimasta a lungo nel cassetto: raddoppio. Se ne è accennato in alcuni commenti sui giornali, nell’ipotesi che il PLR possa approfittare delle tensioni fra Lega e UDC per riconquistare la maggioranza relativa in Governo, persa nel 2011. Intendiamoci, siamo al limite della fantapolitica. Si possono solo fare supposizioni e speculazioni, non suffragate da dati reali aggiornati. Ma è giusto per gli osservatori considerare tutti gli scenari, anche quelli che oggi sembrano inverosimili e buoni solo a mettere un po’ di pepe sulla contesa elettorale.
Quanto a loro, i potenziali beneficiari dei dissidi a destra stanno abbottonati. E fanno bene. Non solo perché in questi casi è buona cosa tenere i piedi ben piantati per terra. In conto va messa anche l’imponderabilità del comportamento degli elettori di fronte agli scenari che si presenteranno al momento del voto. La storia recente insegna e sconsiglia di porsi apertamente obiettivi troppo ambiziosi, specialmente quando si ha a che fare con la Lega dei ticinesi.
Vent’anni fa, c’è chi si è scottato per aver sbandierato propositi di conquista a spese del partito di via monte Boglia. Allora come oggi, c’era un seggio leghista che ballava. Nel 2006, il movimento fondato da Flavio Maspoli e Giuliano Bignasca era considerato in forti difficoltà. Alle elezioni cantonali del 2003 aveva accusato una perdita di 6 punti percentuali e, nel clima di allora, nulla lasciava presagire un’inversione di rotta. «La Lega è in coma» aveva detto (giugno 2006) l’allora capogruppo PLR Mauro Dell’Ambrogio, alludendo a uno scambio di insulti in Parlamento fra deputati leghisti. L’UDC, che inizialmente si era detta interessata a un’alleanza su una lista comune in vista delle elezioni del 2007 - allora la Lega era rappresentata in Governo dal solo Marco Borradori - cambiò idea e decise di correre da sola: forte, pensava, dell’arruolamento fra le sue file dell’allora sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni (uscito dal PLR) e di certi sondaggi che non la davano distante dalla Lega. Quest’ultima venne definita «morente» dal segretario democentrista Eros N. Mellini, convinto che il suo partito avesse già effettuato, o stesse effettuando, il sorpasso. Dal canto loro, PPD (oggi Centro) e PS iniziarono a parlare apertamente di raddoppio in Governo, credendo di trarre un vantaggio decisivo da quello che si profilava come il declino imminente dell’avversario leghista. I socialisti, dati per secondi nei sondaggi, erano reduci da un ottimo risultato alle Federali del 2003. Il PPD non poteva tirarsi indietro e per non essere da meno schierò insieme al consigliere di Stato uscente Luigi Pedrazzini il suo predecessore Alex Pedrazzini. Quelle sulla Lega, comunque, erano sensazioni diffuse. Lo stesso Bignasca, preoccupato, compì un gesto inedito: a tre settimane dalle elezioni fece un appello per chiedere sostegno, con un eloquente «abbiamo bisogno di tutti».
Dalle urne uscì un risultato che nessuno, almeno nelle dimensioni, aveva pronosticato. La Lega avanzò e riconfermò in carrozza il seggio in Governo, trainata dalla locomotiva Borradori, votato praticamente da un elettore su due (45%). Il PS fece un leggero passo avanti ma niente più, mentre il PPD e l’UDC arretrarono sensibilmente. I due partiti di governo ottennero addirittura meno schede della Lega. Addio raddoppio per gli uni, e addio sorpasso per i democentristi. L’indomani, il presidente dell’UDC Paolo Clemente Wicht rimise il mandato. Il giorno successivo il suo omologo del PPD Fabio Bacchetta-Cattori rassegnò le dimissioni. Con l’azione di salvataggio di Borradori, gli elettori lanciarono un chiaro messaggio alla classe politica: non vogliamo il ritorno alla vecchia formula 2+2+1, qualunque essa sia, ci sta bene quella in vigore dal 1995. Detto altrimenti, indietro non si torna. Certo, su quelle elezioni pesarono anche fattori contingenti, come i contrasti personali e di corrente nel PLR, l’incapacità del PPD di proporre al proprio elettorato un messaggio politico forte, l’errore strategico dell’UDC. Ma l’elemento centrale fu il rifiuto di schemi improntati al passato e che avevano caratterizzato parte della campagna elettorale.
Col senno di poi, parlare di raddoppio fu un azzardo (innescò reazioni impreviste) e portò iella. Ora, sarebbe un errore trasporre meccanicamente quegli eventi a oggi. In vent’anni è passata molta acqua sotto i ponti. C’è stato un ricambio fisiologico nell’elettorato, la Lega stessa non è più quella di allora e si è data una nuova classe dirigente. Ci sono molte incognite sulla sua tenuta e sulla capacità di resistere agli assalti. Ma alla fine, a decidere se premiare o punire, confermare o cambiare è sempre l’elettore, che sceglie fra i programmi, le persone e anche gli scenari politici che gli si presentano.


