Manifestare non è mai un diritto assoluto

A Lugano è stato formalmente scongiurato l’ennesimo braccio di ferro tra opposte fazioni e si è registrata una prova di maturità da parte delle nostre istituzioni. E quando la maturità è chiamata in causa, le scorciatoie retoriche non aiutano. Avvelenano il dibattito. Il no del Municipio cittadino alla cosiddetta «marcia per la patria» ha riacceso il riflesso di chi legge ogni decisione con la lente deformante dell’ideologia: se si vieta alla destra, allora si è amici della sinistra. Ma le cose non possono stare in questi termini: se in passato si è tollerato, o non si è riusciti a impedire o confinare i sit-in non autorizzati dell’area pro Pal, allora oggi si dovrebbe concedere tutto e a tutti? È una semplificazione comoda.Manifestare è un diritto costituzionale, lo ricorda l’articolo 22 della Costituzione federale. Ma, come ogni diritto, non è assoluto. Si esercita nel perimetro dello Stato di diritto, che impone condizioni, responsabilità, autorizzazioni e valutazioni del rischio. Soprattutto quando l’esperienza insegna che a una manifestazione annunciata segue puntualmente una contromanifestazione antagonista, con il carico di tensione che ne deriva. Chi finge di non vedere questo nesso fa un torto alla realtà per comodità di parte. Non siamo più nella stagione delle innocue sfilate con bandiere e slogan. Siamo nell’epoca delle polarizzazioni
esasperate, dei social che incendiano gli animi, delle frange che cercano lo scontro come palcoscenico. Quando due estremi si fronteggiano, il centro, quello fatto di cittadini che vogliono semplicemente vivere la propria città, diventa ostaggio. È qui che entra in gioco la responsabilità politica. Dire no non è un atto di censura; può essere, al contrario, un atto di tutela. Della sicurezza pubblica e della credibilità delle istituzioni. Perché uno sbaglio commesso ieri non obbliga a replicarlo oggi in nome di una malintesa parità di trattamento. Non esiste un diritto all’errore reiterato. Non esiste una simmetria nell’illegalità. Se in passato vi sono state manifestazioni o sit-in non autorizzati che hanno messo sotto pressione le forze dell’ordine e la cittadinanza, ciò non crea un precedente vincolante. Crea semmai un precedente da cui imparare e da non ripetere. Il punto non è stabilire se il Municipio sia più severo con la destra o più indulgente con la sinistra. Il punto è stabilire se sia disposto a far valere con coerenza il principio secondo cui non c’è tolleranza per chi non tollera. Lugano non può diventare il teatro periodico di prove di forza tra opposti radicalismi. Non può essere la scenografia di slogan urlati da personaggi variopinti o incappucciati che si alimentano a vicenda. Ogni manifestazione che nasce già con l’ombra di una contromanifestazione porta con sé il rischio concreto di una spirale perversa. E da quella spirale bisogna fuggire senza esitazioni. C’è un diritto troppo spesso dimenticato in queste discussioni: quello dei cittadini che non manifestano. Di chi lavora, di chi passeggia, di chi porta i figli in centro. Di chi non vuole trovarsi, suo malgrado, in mezzo a tensioni e violenze che non gli appartengono. La libertà di espressione non può trasformarsi nella libertà di intimidazione. La libertà di riunione non può tradursi in compressione della libertà altrui. Chi invoca la piazza come terreno di scontro permanente dovrebbe porsi una domanda semplice: a chi giova? Alla causa che si pretende di difendere o piuttosto alla propria visibilità? Perché troppo spesso l’obiettivo non è convincere chicchessia, ma esistere mediaticamente. E per esistere, si alza il tono, si cerca il conflitto, si alimenta la narrazione dell’assedio.
Le istituzioni, dal canto loro, non possono oscillare al ritmo degli umori. Devono fondare le decisioni su valutazioni oggettive: sicurezza, ordine pubblico, proporzionalità. Devono spiegare con trasparenza le ragioni dei sì e dei no. Ma, una volta spiegate, devono anche sostenerle con fermezza. La coerenza è la prima forma di credibilità. Non ci può essere tolleranza con gli intolleranti. Non è uno slogan, è una linea di demarcazione. La nostra civiltà giuridica si fonda su un equilibrio delicato: diritti e doveri, libertà e responsabilità. Quando uno dei due piatti della bilancia si appesantisce, l’equilibrio si spezza. E ricomporlo è sempre più difficile. Per questo il dibattito non deve scivolare nella contabilità dei torti reciproci. Dovrebbe invece interrogarci su quale spazio pubblico vogliamo. Una città ostaggio delle contrapposizioni o una comunità capace di dire, con chiarezza, che la piazza non è una zona franca? La risposta non può essere ideologica. Deve essere istituzionale. E, soprattutto, coerente nel tempo. Lugano merita istituzioni che non si lascino trascinare nella perversione dello scontro permanente. E merita cittadini che non debbano scegliere tra il diritto di manifestare e il diritto di vivere serenamente la propria città. Se c’è una bandiera che vale la pena tenere alta, è quella dello Stato di diritto.


