Cerca e trova immobili
L'editoriale

Midterm USA: un voto che ci riguarda da vicino

Non votiamo a Washington, ma le decisioni americane ci presentano sempre il conto, come insegna la folle storia dei dazi
Gianni Righinetti
02.11.2026 06:00

Dal Ticino osserviamo le elezioni americane come un evento che avviene nel cuore della notte, con un po’ di invidia per l’esagerato entusiasmo e un po’ con quella falsa sicurezza di capire immediatamente tutto di quel popolo e delle sue dinamiche. E ora negli USA si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera, 35 dei 100 del Senato e 36 governatori. Oggi i repubblicani controllano entrambe le camere. I modelli previsionali danno ai democratici il favore per la Camera, con una probabilità stimata tra l’80-90%. Il Senato è più equilibrato: servono quattro seggi netti, e in diversi Stati i sondaggi restano entro il margine d’errore. Non sarebbe la prima volta che un presidente si ritrova con il Congresso «nemico». Nel 1994 Bill Clinton e nel 2006 George W. Bush persero le due camere a metà mandato. Entrambi governarono gli anni successivi trattando con l’opposizione, semplicemente perché non avevano alternative. Ma oggi non si tratta di valutare l’eventuale sconfitta in sé del presidente stesso, ma il modo in cui verrebbe accolta e con quali conseguenze. Il nodo delle Midterm 2026 è questo. E il riferimento è a quanto accaduto il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Campidoglio. Donald Trump sostenne che l’elezione gli fosse stata sottratta, una mossa cospiratrice che mai è stata dimostrata dai tribunali. Se un leader mette in dubbio il conteggio prima ancora dello spoglio non è un particolare. Riguarda la fiducia comune nel meccanismo, e per un Paese che si presenta come modello di democrazia rappresentativa è un rischio serio. Cosa può fare un Congresso a maggioranza democratica? Può convocare audizioni e pretendere documenti, controllare il bilancio, rallentare le nomine al Senato. L’impeachment, invece, è più complicato. Resterebbe quindi verosimilmente un segnale politico più che un esito probabile. Poi c’è la guerra. Da fine febbraio Stati Uniti e Israele combattono contro l’Iran, e il conflitto ha destabilizzato tutto il Medio Oriente. Chi pensa che un presidente indebolito in casa diventi automaticamente più prudente sul piano geopolitico sbaglia. I leader sotto pressione interna tendono spesso a cercare la scena internazionale per recuperare consenso. Questa è una lettura del rischio, non una certezza, ma con Trump potrebbe diventare uno scenario potenzialmente disastroso. Sul fronte economico i numeri sono contraddittori. Le borse hanno tenuto e in diversi Stati i salari reali reggono, ma l’inflazione a settembre non molla e il carburante rimane tremendamente caro. Così accade che quando la spesa di ogni giorno pesa più dei bilanci trimestrali, l’elettore giudica il governo dal benzinaio, non dal Pil. Questo spiega gran parte del malumore che i sondaggi registrano in questa fase di marcata incertezza che fa a pugni con il sogno trumpiano «make America great again». Per la Svizzera il voto negli USA conta più di quanto possa sembrare a prima vista. Non votiamo a Washington, ma le decisioni americane ci presentano sempre il conto, come insegna la folle storia dei dazi. Quel salasso punitivo «made in Trump» che doveva dare respiro agli USA, ma non sembra esserci riuscito. Intanto Berna dovrebbe smettere di considerare stabile ciò che con questa amministrazione mai potrà esserlo. C’è poi una questione di tono che dalla Svizzera vediamo bene. In una democrazia di milioni di persone, il linguaggio dei leader decide quanto il dissenso resti dissenso e quanto diventi nemico. Un presidente che insulta gli elettori che non lo hanno votato indebolisce il patto su cui si regge la convivenza, qualunque sia il partito che governa. Lo stesso vale per chi, dall’opposizione, liquida ogni scelta del governo come un tradimento. A colpire è anche come l’Europa reagisca a questa stagione. Bruxelles e le capitali parlano di alleanza, ma spesso rispondono a ogni mossa americana con comunicati e rinvii. Non si tratta di invocare plateali rotture che sarebbero irresponsabili. Serve una strategia. Chi dipende dal mercato americano non può permettersi di aspettare il prossimo cambio di umore a Washington.

Qualunque sarà il risultato, i prossimi due anni saranno pieni di negoziati, di compromessi a metà e di decisioni prese di corsa. Se i democratici avranno la Camera, dovranno dimostrare di saper governare il controllo senza trasformarlo in vendetta. Se i repubblicani conserveranno il Congresso, dovranno spiegare perché il malcontento sul carovita non li ha toccati. Alla fine il punto è semplice. Il voto USA sarà un giudizio sul presidente, ma soprattutto una prova della fiducia tra vincitori e perdenti. Se il risultato sarà accettato da entrambe le parti, il sistema avrà dimostrato di reggere sotto pressione. Se così non sarà, il problema non resterà confinato oltreoceano.