Mini guerra ma grossi danni da Trump

La tensione nello stretto di Hormuz è tornata a salire lunedì, dopo gli attacchi statunitensi contro imbarcazioni iraniane e il lancio di missili da parte di Teheran contro gli Emirati Arabi Uniti. Sono passati oltre due mesi dall’avvio dell’operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ma una via d’uscita alla grave crisi che sta pregiudicando l’intera economia mondiale ancora non si intravede. Il presidente USA, che dopo lo scoppio delle ostilità ha perso il consenso di numerosi cittadini americani, alterna dichiarazioni da spaccone («Se ci colpiscono spariscono») a valutazioni che tendono a minimizzare le ripercussioni del conflitto («una mini-guerra»).
Tuttavia, di «mini» non c’è proprio nulla nelle ripercussioni prodotte dal braccio di ferro militare in atto tra Washington e Teheran. Finora, per la comunità internazionale, l’unica notizia positiva era giunta lo scorso aprile con l’annuncio di una tregua tra i belligeranti. Al cessate il fuoco, deciso da Trump, ha dovuto piegarsi anche il premier israeliano Netanyahu. Purtroppo la momentanea cessazione dei combattimenti non è stata accompagnata da un processo negoziale costruttivo. The Donald, dopo aver messo in ginocchio la Repubblica islamica eliminando fisicamente buona parte della classe dirigente iraniana, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, pensava di poter facilmente imporre le sue condizioni ai nuovi vertici di Teheran. Ma così, almeno per ora, non è stato.
E così alla Casa Bianca continua ad andare in onda il teatrino delle dichiarazioni contrastanti: quelle che indicano un Iran ormai in ginocchio, dopo il blocco navale USA nello stretto di Hormuz alle petroliere del regime degli ayatollah, a quelle che minacciano un nuovo intervento militare USA volto a piegare definitivamente la nuova classe dirigente iraniana. Intanto la comunità internazionale osserva con apprensione quanto accade tra i belligeranti, con le Borse che oscillano verso il basso o verso l’alto in base alle dichiarazioni che giungono da Washington e Teheran. Mentre il commercio mondiale sta subendo un rallentamento e una spirale inflazionistica innescati dal blocco di centinaia di petroliere nello stretto di Hormuz con il conseguente aumento del prezzo degli idrocarburi.
Il rischio è che ancora una volta il tentativo di eliminare un regime dispotico e pericoloso a causa della corsa verso l’atomica avviata da tempo dai vertici iraniani, si trasformi in un pericoloso boomerang. Ma il leader dei repubblicani statunitensi non sembra preoccuparsi più di quel tanto per gli effetti collaterali causati all’economia mondiale, e quindi anche a quella americana, dalla sua nuova crociata.
L’inquilino della Casa Bianca continua imperterrito lungo la via dell’improvvisazione politica e militare, convinto di avere sempre delle trovate geniali. Pur essendo ancora impantanato nella crisi dello stretto di Hormuz ha già dichiarato che una volta chiusa questa partita la sua nuova crociata sarà quella contro il regime comunista cubano. Poco conta, ai suoi occhi, se già ora milioni di cittadini dell’isola caraibica sono costretti a vivere in condizioni miserabili a causa dell’embargo americano fattosi sempre più asfissiante nella nuova era Trump. L’uomo forte di Washington non ha tempo per riflettere sulle vittime civili causate dai bombardamenti sull’Iran o sui bambini cubani che non possono più avere cure mediche adeguate a causa dell’embargo USA. Il tycoon preferisce pensare agli spettacolari successi, a suo dire, ottenuti nell’Operazione «Epic Fury» (Furia Epica) contro l’Iran.
La speranza è che la «Furia Epica» non si trasformi presto in un nuovo bagno di sangue. Forse una spinta verso una soluzione negoziale della grave crisi in atto in Medio Oriente potrebbe essere favorita dall’imminente viaggio in Cina del presidente statunitense. Pechino potrebbe avere le carte giuste per ricondurre Trump a più miti consigli.


