Nei cassetti la democrazia a lievitazione lenta

C’è un luogo misterioso, poco illuminato e assai frequentato, nella politica ticinese. Non compare sulle mappe, non ha un indirizzo ufficiale e non risponde alle interrogazioni parlamentari. È il cassetto. Anzi: i cassetti. Quelli in cui finiscono le iniziative popolari quando smettono di essere slogan da raccolta firme e diventano fastidiose e ingombranti scadenze di legge. Il problema, sia chiaro subito, non è questa iniziativa o quel partito. Il problema è il principio. E il principio è semplice come una norma scritta nero su bianco: le iniziative popolari non sono yogurt da dimenticare in fondo al frigorifero finché scadono o magari più in là.
Sono atti democratici che meritano rispetto, tempi certi e una discussione seria. Sempre. Indipendentemente da chi le ha lanciate, da cosa propongono e da quanto danno fastidio alla maggioranza del momento. E invece no. In Ticino abbiamo inventato la democrazia a lievitazione lenta. Talmente lenta che, quando finalmente arriva alle urne, l’iniziativa talvolta è diventata un fossile politico, i promotori sono invecchiati, il contesto è cambiato, i problemi si sono trasformati, ma il testo è rimasto lì, immobile, a prendere polvere come un soprammobile datato. Ben 11 anni per portare al voto un’iniziativa costituzionale sulle cure dentarie.
Mentre per quella denominata «Spazi verdi per i nostri figli» datata 2014 nella foto il giorno della consegna si vedono politici anagraficamente verdi. Tempi che farebbero impallidire anche il più compassato dei boiardi. E tutto questo mentre la legge parla chiaro: 18 mesi. Non «indicativamente», non «quando c’è tempo», non «dopo le elezioni». Diciotto mesi. Punto.
Qui sta il nodo, ed è un nodo politico prima ancora che procedurale: il Parlamento non rispetta le leggi che emana. O, per essere più precisi, le rispetta a intermittenza, quando non disturbano troppo gli equilibri, quando non costringono a scelte scomode, quando non rimettono in moto dibattiti che qualcuno preferirebbe lasciare ibernati. La tentazione di giocare con il calendario è antica come la politica stessa. Rimandare è una forma raffinata di potere: non si dice no, non si dice sì, si aspetta. Si aspetta che il tema si raffreddi, che l’opinione pubblica si distragga, che i promotori si stanchino. È la strategia del cassetto: silenziosa, elegante, apparentemente neutrale. Ma profondamente antidemocratica e antisvizzera.
Perché ogni firma raccolta rappresenta tempo, impegno e fiducia. Fiducia nel sistema. Fiducia nell’idea che partecipare serva a qualcosa. Lasciare un’iniziativa a marcire per anni significa dire ai cittadini: grazie per la vostra partecipazione, ora fate silenzio e aspettate. Magari a tempo indeterminato. E attenzione: non esistono mani più linde o più sporche in questa storia. Oggi tocca all’iniziativa del partito x, ieri a quella del partito y, domani a quella del movimento z. La geometria variabile delle indignazioni è forse l’aspetto più irritante di tutta la faccenda. Quando l’iniziativa è «nostra», il ritardo è uno scandalo. Quando è «degli altri», diventa improvvisamente una questione tecnica, complessa, che richiede approfondimenti, perizie, audizioni, sottocommissioni e, guarda caso, altro tempo. Il risultato è una democrazia che funziona a corrente alternata. Un giorno rigorosa e inflessibile con i cittadini (termini, moduli, firme valide al millimetro), il giorno dopo sorprendentemente elastica con sé stessa. Un elastico che, tirato troppo a lungo, rischia però di spezzarsi.
C’è poi un aspetto simbolico tutt’altro che secondario. Le iniziative popolari non sono un fastidio amministrativo da smaltire quando avanza tempo. Sono uno dei pochi strumenti con cui i cittadini di questo Paese possono imporre un tema all’agenda politica. Se anche quello strumento viene neutralizzato non con un voto, ma con l’attesa, il messaggio è devastante: partecipare è consentito, ma decidiamo noi quando e se prendervi sul serio. Ma qui arriviamo al punto più scomodo: la volontà. Perché rispettare i tempi significa rinunciare a una leva di potere. Significa accettare che certe discussioni avvengano anche quando non conviene. Tenere le iniziative nei cassetti non è solo una cattiva abitudine. È un vizio che corrode lentamente la credibilità delle istituzioni. E come tutti i vizi, all’inizio sembra innocuo, quasi elegante. Poi, un giorno, ci si accorge che il conto è diventato salato.
È tempo dunque di fare ordine. Di aprire quei cassetti, spolverare le pratiche e affrontare le iniziative per quello che sono: proposte politiche da discutere, approvare o respingere. Ma nei tempi stabiliti. Perché una democrazia che arriva sempre in ritardo rischia, prima o poi, di non arrivare affatto.


