Nel mirino di Donald Trump ci finisce ancora una volta la Fed

Tra i molti fronti di scontro – ideologici e non solo – che il presidente Donald Trump ha aperto nei dodici mesi dal suo ritorno alla Casa Bianca, occorre annoverare anche quello con la Federal Reserve. Jerome Powell, presidente della banca centrale statunitense, ha reso noto che i procuratori federali del Distretto di Columbia stanno conducendo un’indagine penale sul suo operato. L’inchiesta riguarderebbe la ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari del quartier generale della Fed a Washington e alcuni passaggi della sua recente testimonianza al Congresso. Secondo Powell, tuttavia, si tratta dell’ennesimo riflesso del cattivo rapporto che lo lega a Trump: o, più precisamente, della frustrazione del presidente per il rifiuto della Fed di tagliare i tassi d’interesse con la rapidità e la profondità da lui desiderate.
Il conflitto tra i due non nasce oggi. Trump aveva nominato Powell nel 2018, ma già allora le tensioni erano evidenti: Powell rivendicò la piena indipendenza della politica monetaria, prima alzando e poi non riducendo i tassi con la tempistica auspicata dall’amministrazione. Per Trump, quelle decisioni erano troppo caute e rischiavano di frenare la crescita. Durante la sua prima presidenza, arrivò a criticarlo pubblicamente e persino a minacciare di licenziarlo, nonostante la rimozione di un presidente della Fed sia giuridicamente estremamente complessa.
Con la rielezione, il pressing non si è attenuato. Trump ha intensificato le accuse, rimproverando alla Fed di non tagliare i tassi a sufficienza per stimolare l’economia e contenere il costo del debito pubblico. Già lo scorso agosto era intervenuto in maniera brutale sull’autonomia della banca centrale licenziando d’imperio Lisa Cook, una delle governatrici. Le accuse – l’aver ottenuto un mutuo a condizioni favorevoli – sono apparse deboli e la vicenda è ora davanti a un tribunale federale, ma Cook non ha lasciato il suo incarico.
Nelle ultime settimane lo scontro è ulteriormente degenerato. Il Dipartimento di Giustizia ha minacciato un’indagine penale nei confronti di Powell per presunte dichiarazioni fuorvianti al Congresso sulla ristrutturazione di alcuni edifici storici della Fed. Powell ha respinto con fermezza ogni addebito, definendo la mossa un “pretesto” per condizionare l’indipendenza della banca centrale.
Al centro della disputa ci sono due questioni fondamentali: i tassi di interesse e l’indipendenza dell’istituzione monetaria. Sul primo fronte, Trump chiede tagli più rapidi e profondi, mentre la Fed mantiene un approccio più cauto, volto a bilanciare inflazione e occupazione. Sul secondo fronte, lo scontro è ancor più delicato: l’indipendenza delle banche centrali è uno dei principi cardine delle economie avanzate, proprio per evitare che la politica monetaria venga piegata a interessi di breve periodo. L’attacco del presidente mette in discussione questa prassi consolidata, preoccupando analisti, mercati e osservatori istituzionali.
Questo non significa che l’operato delle banche centrali debba essere sottratto alla critica o che i governatori siano “signori medievali” al di sopra della legge. Ma lo stesso principio dovrebbe valere anche per i capi di Stato democratici, chiamati a rispettare gli equilibri istituzionali sui quali si fonda la stabilità delle democrazie moderne.


